Mary Shelley e i suoi mostri – Bookclub Flâneuse #1
Guardiamo in faccia i nostri fantasmi. Accogliamo la paura, perché è forse proprio da lì che può nascere la trasformazione
Care e cari,
con enorme gioia diamo inizio al primo bookclub del nostro nuovo ciclo Flâneuse dedicato alla letteratura inglese e alle flâneuse inglesi.
E sono felicissima di iniziare con Mary Shelley, autrice che è da tantissimo tempo che avrei voluto approfondire. E finalmente è arrivato il momento.
Parlare di Mary Shelley e del suo Frankenstein significa parlare di quei capolavori che nascono quasi per caso e che, proprio per questo, riescono ad attraversare i secoli. Un romanzo nato nel 1816, eppure ancora capace di arrivare fino a noi carico di significati.
Frankenstein è un libro che parla di creazione, ma anche di orrore. Di vita e di morte. Di solitudine e dell’incapacità di accogliere il diverso. È il prodotto di un’epoca storica ben precisa, quella della Rivoluzione industriale, in cui gli esseri umani – in particolare gli uomini – erano convinti di poter fare, avere, ottenere e creare tutto grazie alla scienza e alla tecnologia.
E se ci fermiamo a riflettere, quegli slanci, quelle convinzioni, quella hybris non sono poi così lontani da noi. Duecento anni dopo, tra tecnologie sempre più invasive, intelligenza artificiale, social network, reti globali e guerre ancora in corso, continuiamo a credere di poter controllare, governare e dominare tutto attraverso la forza e il potere.
Mary Shelley era una donna, anzi una ragazza di appena diciannove anni, che fin dall’infanzia aveva respirato l’humus culturale del suo tempo, cogliendone non solo le promesse, ma anche le derive più oscure. Raccontarne la biografia aiuta a capire come una scrittrice così giovane sia riuscita a elaborare un racconto metaforico e visionario che è diventato un archetipo della società in cui viviamo, in particolare di quella occidentale, fondata sul capitalismo e sull’idea di dominio.
Come ha fatto? È la domanda che viene spontanea, la stessa che si pone chiunque si avvicini a Frankenstein per la prima volta.
Lo ha fatto mescolando, nel suo inconscio, ciò che aveva conosciuto e studiato con ciò che aveva vissuto. Idee scientifiche, letture, dibattiti filosofici si sono intrecciati alla sua esperienza personale, fino a diventare materia narrativa. Perché la vita di Mary Shelley non è stata soltanto fatta di bellezza e intelligenza, ma anche di dolori profondi, di perdite precoci e di ferite difficili, se non impossibili, da rimarginare.
Quando Frankenstein venne pubblicato nel 1818, con prefazione del marito di Mary, Percy Bissey Shelley, l’autore era anonimo. Nessuno poteva immaginare che quel racconto mostruoso e abominevole potesse essere nato dalla mente di una donna. Lei si rivelò come autrice solo molti anni dopo e nella prefazione della riedizione del 1831, la prima che porta il suo nome, scrive, per rispondere alla domanda… ma come è nata l’idea del libro?
L’idea mi balenò repentina e gradita come l’apparire della luce: “Ho trovato! Ciò che ha atterrito me, sarà in grado di atterrire anche gli altri, e tutto quello che devo fare è descrivere lo spettro che a mezzanotte ha infestato il mio cuscino.
Parlare di Frankenstein e di Mary Shelley significa dunque parlare di spettri, di fantasmi. Di mostri. Di quei mostri che, come ha detto giustamente Guillermo Del Toro alla conferenza stampa del suo bellissimo Frankenstein (lo trovate su Netflix) a Venezia, sono molto più vicini a noi di quanto crediamo. Mostri che oggi, ha aggiunto Del Toro, indossano la cravatta.
Mary Shelley – o meglio, come mi piace chiamarla, Mary Wollstonecraft Godwin, il suo nome da nubile – ha affrontato nel suo romanzo i propri fantasmi personali. Fantasmi legati alle perdite, al lutto, alla fragilità della vita. Perse la madre subito dopo il parto, senza poterla mai conoscere. Perse una figlia appena nata, poi altri figli ancora. Perse il marito, l’amatissimo Percy Bysshe Shelley, morto affogato durante una tempesta nel blu profondo del Mar Ligure.
Frankenstein nasce anche da qui: da una vita attraversata dalla morte, dall’assenza, dall’esperienza precoce del dolore. È un romanzo che mette in scena la creazione, ma lo fa sotto il segno della perdita; che parla di vita, ma senza mai dimenticare il prezzo che essa può avere.
E quindi è questo il senso: Frankenstein è un romanzo da leggere per affrontare il buio, guardarlo in faccia e forse trovare una via – ognuno la propria – per esorcizzarlo.
È un romanzo che ti mette di fronte alla Creatura nella sua mostruosità, ma le cui atrocità nascono da un’unica ragione: il mondo che ha intorno si rifiuta di accoglierla nella sua diversità.
E ti fa dire: ma forse quegli aspetti più oscuri, più mostruosi che stanno dentro di me, forse devo smetterla di silenziarli, forse devo smetterla di fare finta che non esistano, forse devo smettere di nasconderli dietro falsi sorrisi da selfie.
Quegli aspetti mostruosi, sono parte di me.
Mary Shelley, la ragazza che inventò la letteratura horror
Mary Shelley nasce a Londra il 30 agosto 1797, in un momento storico carico di fermenti politici, rivoluzioni e nuove idee. È una bambina dell’età delle grandi speranze e delle grandi paure, cresciuta a cavallo tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento inglese, quando il mondo sembra sul punto di cambiare per sempre.
Suo padre, William Godwin, era uno dei filosofi e pensatori politici più noti dell’Inghilterra dell’epoca: teorico del razionalismo anarchico, sostenitore di idee democratiche avanzatissime, veniva ammirato dai progressisti come un simbolo di libertà e guardato con sospetto dai conservatori, che lo consideravano immorale e persino ateo. La sua casa era un luogo di discussione, di confronto, di pensiero libero.
La madre, Mary Wollstonecraft, era una figura altrettanto rivoluzionaria. Scrittrice e intellettuale, è oggi ricordata come una delle prime grandi voci del femminismo britannico. Con le sue opere aveva osato affermare che le donne non fossero naturalmente inferiori agli uomini, ma semplicemente private di istruzione e opportunità. Un’idea esplosiva per l’epoca.
Crescere all’ombra di due personalità così forti e anticonformiste significò per Mary essere immersa fin da subito in un ambiente straordinariamente stimolante. Idee, libri, dibattiti e visioni alternative del mondo facevano parte della vita quotidiana. È in questo terreno fertile che si forma la sua mente, destinata a dare vita, pochi anni dopo, a uno dei miti più duraturi della modernità.
La famiglia in cui Mary Shelley venne al mondo non era affatto comune. Anzi, all’epoca rappresentava uno dei nuclei più influenti e vivaci dal punto di vista politico, sociale e soprattutto intellettuale, non solo a Londra ma anche nel panorama culturale europeo. Intorno ai Godwin ruotavano idee nuove, discussioni accese e figure di primo piano del pensiero progressista.
Prima di incontrare William Godwin, Mary Wollstonecraft aveva già vissuto una storia intensa e complicata. Durante un soggiorno all’estero ebbe una breve relazione con Gilbert Imlay, un uomo d’affari americano dal carattere avventuroso, dalla quale nacque una figlia, Fanny, la sorellastra maggiore di Mary. Quando quel rapporto si concluse dolorosamente, Wollstonecraft tornò in Gran Bretagna con la bambina e la sua cameriera, decisa a riprendere in mano la propria vita e la propria carriera di scrittrice.
L’incontro con Godwin cambiò tutto. Tra la filosofa e il pensatore inglese nacque un legame inatteso ma profondo, un amore fondato su affinità intellettuali e ideali condivisi. In breve tempo decisero di sposarsi, e pochi mesi dopo, nel nord di Londra, nacque la loro figlia: Mary.





