50 anni di Agatha Christie
Non solo regina del mistero, ma anche donna contemporanea, coraggiosa avventuriera, moglie innamorata, madre a modo suo. Un ritratto
Care e cari, bentrovati a questa newsletter.
Chi mi segue su Instagram sa che questo 2026 è iniziato con più fatica del previsto. Un avvio attraversato da preoccupazioni, attese, giornate che non rispettano la programmazione che ci eravamo fatti. Perché la vita, spesso, va oltre i nostri piani, prende strade proprie e ci costringe a rallentare, a riorganizzare, a restare per un po’ col fiato sospeso.
In momenti così, le storie diventano una forma di orientamento. I libri che rileggiamo, gli autori, i film che provano a raccontare l’ambizione, il fallimento, l’ostinazione umana. Non salvano dalla vita, ma forse la vita – nei suoi andirivieni, dolori, attese, momenti di grazia – può salvarsi grazie ai libri.
Per questo, in questa newsletter, ci sono Agatha Christie e il cinema di oggi. Un grande ritorno letterario e un film – molto atteso e chiacchierato – che interroga il mito del successo e un altro che si domanda (e domanda a tutti gli spettatori) quale sia il senso della vita.
Modi diversi di attraversare il caos, cercando un ordine possibile. Per lo meno nelle storie.
Buona lettura
Marta
Per celebrare i 50 dalla scomparsa della regina del giallo ho ospitato per questo numero della newsletter Melania Guarda, che oltre a essere un’amica e una ex collega in varie redazioni TV, è l’autrice di In Inghilterra con Agatha Christie, appena uscito per Giulio Perrone editore.
Testo di Melania Guarda
Scrivere di Agatha Christie è stato come incontrare un’amica che non vedi da anni. Quella che hai nell’elenco del telefono, che sai che sarà sempre disponibile, ma che poi alla fine non senti quasi mai.
Quando ho deciso di scrivere di lei nel mio libro In Inghilterra con Agatha Christie, avevo appena finito di leggere La vita segreta di Agatha Christie. Vivo in Inghilterra da sette anni e qui la scrittrice e conduttrice televisiva Lucy Worsley è un’icona, proprio come la stessa regina del giallo. Ho visto i suoi programmi sulla BBC, la seguo su Instagram e mi ha fatto scoprire la vera Agatha Christie.
Agatha è un marchio, un canone, la studiano anche a scuola. Devi avere almeno un paio dei suoi libri più famosi nella libreria di casa, altrimenti non sei un vero inglese! (Poi magari non l’hai mai letta, ma questo è un altro discorso).
Ma proprio questo amore che hanno gli inglesi nei suoi confronti, con il grande festival che si tiene a settembre per il suo compleanno, librerie con stanze dedicate solo a lei, gruppi di lettura, mostre ed eventi culturali, mi ha fatto capire che se pensavo a lei, la immaginavo come la vecchietta in stile Signora in Giallo. In realtà, dopo aver letto la sua autobiografia e moltissimi altri libri, volevo tirare fuori la vera donna, quella indipendente, che oggi chiameremo femminista, quella che si è sposata due volte quando in Italia non esisteva ancora il divorzio, quella che ha girato il mondo ben prima dell’Orient Express.
Dietro i suoi enigmi impeccabili, dietro Poirot e Miss Marple, dietro i meccanismi narrativi che sembrano funzionare come orologi svizzeri, si nasconde una vita molto meno ordinata. Una vita fatta di fratture, fughe, silenzi, viaggi e sparizioni reali. Una vita che, a ben guardare, assomiglia proprio a uno dei suoi romanzi. È da qui che nasce il mio libro. Una vita da romanzo: dal desiderio di smontare il mito per tornare alla donna, e di farlo attraversando i luoghi che l’hanno formata, protetta, ferita.
Agatha Mary Clarissa Miller nasce nel 1890 a Torquay, nel Devon, in un’Inghilterra ancora profondamente vittoriana. È un mondo apparentemente stabile, fatto di rituali sociali, case borghesi, tè pomeridiani e certezze di classe, che però sta per essere spazzato via dalla modernità, dalla guerra, dalla perdita di ogni innocenza. Quell’Inghilterra diventerà la materia prima della sua scrittura.
Agatha Christie cresce in una famiglia relativamente agiata, in un ambiente protetto, ma non convenzionale. La madre la incoraggia a immaginare, a inventare storie, a coltivare una vita interiore. Non frequenta una scuola tradizionale: impara osservando, leggendo, ascoltando.
Questo sguardo laterale, mai completamente integrato, diventa una delle sue grandi forze narrative. Christie è una donna che guarda. Guarda gli altri, le dinamiche sociali, le tensioni invisibili. E soprattutto guarda senza farsi notare.
Non è un caso che i suoi investigatori più riusciti siano figure marginali: uno straniero metodico e apparentemente ridicolo come Poirot; un’anziana signora sottovalutata come Miss Marple. Entrambi vedono ciò che gli altri ignorano, perché nessuno li prende davvero sul serio.
La Prima guerra mondiale segna una cesura irreversibile. Agatha lavora come infermiera e poi in farmacia: è qui che impara a conoscere i veleni. Ma la frattura più profonda è personale. Il matrimonio con Archibald Christie finisce per tradimento di lui dopo qualche mese dalla morte della madre di lei. Un durissimo colpo che lei non riesce a sopportare. È qui che Agatha scompare per undici giorni. Viene ritrovata in un hotel, sotto falso nome, (quello dell’amante del marito) senza fornire spiegazioni convincenti. Ancora oggi non sappiamo davvero cosa sia accaduto.
È l’enigma perfetto. Ed è reale.
Dopo la crisi, Agatha ricomincia a viaggiare da sola in Medio Oriente, proprio sul famosissimo Orient Express. Qui incontrerà l’archeologia e colui che poi diventerà il suo secondo marito, Max Mallowan. I viaggi diventano così uno spazio di reinvenzione, di libertà.
Ed è proprio seguendo questi spostamenti, dall’Inghilterra del Devon a Londra fino ai siti archeologici, che ho costruito il mio libro. Perché i luoghi non sono solo sfondi. Contengono le paure, i desideri, le contraddizioni di chi li vive.
Christie scrive di omicidi, ma parla di ordine e caos. Di verità, ma sempre filtrata dallo sguardo umano. I suoi romanzi ci rassicurano perché promettono una soluzione, ma ci inquietano perché mostrano quanto il male sia domestico, ordinario, vicino. Forse è per questo che continuiamo a leggerla.
Perché in un mondo che sembra sempre più incomprensibile, Agatha Christie ci offre una mappa imperfetta, ma leggibile. E ci ricorda che dietro ogni enigma c’è una storia umana, fragile, contraddittoria. Proprio come la sua.
Consigli di lettura
La mia vita: la sua autobiografia.
La vita segreta di Agatha Christie di Lucy Worsley.
L’assassinio di Roger Ackroyd: romanzo che ha rivoluzionato il genere per il suo twist narrativo sorprendente.
Dieci piccoli indiani: considerato il capolavoro assoluto di Christie, con suspense e un finale indimenticabile.
La morte nel villaggio: introduce Miss Marple, la detective amatoriale che osserva e deduce dalla quiete di un villaggio inglese.
Ritratto incompiuto, scritto sotto lo pseudonimo di Mary Westmacott. Il più autobiografico: affronta una crisi emotiva molto simile a quella vissuta da Agatha dopo il divorzio e la sua celebre scomparsa del 1926.
Il deserto del cuore: sempre scritto come Mary Westmacott, è considerato il capolavoro sotto pseudonimo ed è il libro che la stessa Agatha ha più amato scrivere.
Cosa vediamo al cinema?
Questa settimana arriva nelle sale Marty Supreme, il nuovo film firmato da Josh Safdie, alla sua prima prova registica senza il fratello. Protagonista è Timothée Chalamet, reduce da una stagione di premi – Golden Globe compreso – e dato da molti come uno dei favoriti anche per gli Oscar.
Ma Marty Supreme è davvero un film così sensazionale?
Racconta la storia di un grande sogno, tutt’altro che nobile. Marty Mauser è un venditore di scarpe nella New York del secondo dopoguerra, convinto di poter scalare la società grazie all’unica arma che padroneggia davvero: una racchetta da ping pong. Il suo obiettivo non è solo vincere, ma imporsi, emergere, essere visto.
Megalomane, opportunista, spregiudicato, Marty Mauser è lontanissimo dall’eroe classico del cinema americano. È un furbastro che sembra incapace di empatia e di slanci morali, completamente egoriferito, egocentrico, spesso fastidioso. Timothée Chalamet incarna questo spirito con precisione, evitando qualsiasi tentazione di rendere il personaggio più “piacevole” del necessario.
Uno spirito che si scontra con sconfitte, ribaltamenti improvvisi e traiettorie imprevedibili. Marty Supreme prende il grande cliché del sogno americano e lo svuota, per riempirlo di altro. È un elogio dell’incapacità di perdere: Marty non impara davvero dalle cadute, non ne trae una crescita morale. A volte dietro una sconfitta non c’è una lezione, ma solo la necessità di andare avanti, lasciandosi trascinare dal caso e dal destino.
Safdie accompagna questo percorso con una colonna sonora volutamente anacronistica. Brani come Forever Young degli Alphaville, fuori tempo massimo rispetto all’ambientazione, trovano però senso all’interno di un racconto che smette di essere storico per diventare archetipico.
Marty Supreme è forse uno di noi, ma senza indulgenza. Sbaglia, cade, prende decisioni disastrose e spesso non ha né il tempo né la lucidità per rimettere insieme i pezzi. Non si riscatta nel senso tradizionale, non diventa migliore. Va avanti comunque, aggrappato a un sogno sproporzionato e quasi ridicolo: diventare campione di uno sport che nessuno prende davvero sul serio. E solo alla fine, quasi controvoglia, qualcosa impara.
Marty Supreme è come il suo protagonista: scomodo, eccessivo, spesso irritante. Ma proprio per questo difficile da dimenticare. E, senza forzature, capace anche di commuovere. Perché in quella corsa ostinata e piena di errori si intravedono sogni mancati, ambizioni sproporzionate e una vita che continua comunque, nonostante tutto.
In una sala gremita di persone al Cinema Moretto di Brescia ho presentato Paolo Sorrentino insieme alla sua direttrice della fotografia Daria D’Antonio. Un momento emozionante, di quelli che restano addosso. La grazia l’avevo già visto a Venezia e mi era piaciuto moltissimo, ma rivederlo, raccontarlo, condividerlo con il pubblico ha avuto tutto un altro peso.
Perché La grazia non è solo la storia di un Presidente della Repubblica chiamato a concedere o negare una grazia. È un film che parla della vita e del suo senso. E di come questo, forse, possa esistere solo se decliniamo la nostra esistenza al futuro.
Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo, è un Presidente a fine mandato, nel pieno del semestre bianco. È vedovo, cattolico, rigoroso, soprannominato “Cemento armato”. Ha due figli molto diversi tra loro e un passato che continua a bussare. Ma soprattutto è un uomo attraversato dal dubbio. Deve decidere su due richieste di grazia che mettono in crisi ogni certezza morale e, insieme, se firmare o meno una legge sull’eutanasia. Questioni enormi, che si intrecciano con il dolore privato, con i rimpianti, con ciò che non è stato detto o fatto.
Sorrentino costruisce il film come un flusso continuo tra presente e memoria. La moglie del Presidente che cammina nei boschi ritorna come una visione sospesa: forse un ricordo, forse un sogno, forse entrambe le cose. Nei primi piani di Servillo il passato scorre negli occhi, mentre il tempo dell’incarico istituzionale si restringe sempre di più. È un’attesa che pesa, e che richiama altre figure del cinema di Sorrentino, uomini di potere schiacciati dalla propria interiorità.
La grazia non è un film nostalgico. È un film sulla memoria, su ciò che riaffiora senza che lo vogliamo (perché forse la nostra vita è un’accozzaglia di momenti del passato che cercano di riordinarsi momento per momento per permetterci di esistere nel presente) nei rapporti familiari, nel legame con i figli, soprattutto con Dorotea, interpretata con grande precisione da Anna Ferzetti. È un cinema che non ha più paura di parlare d’amore, in tutte le sue forme, e di farlo incrociare apertamente con la morte.
È anche un film pieno di lacrime. Quelle di Isa Rocca, la donna che chiede la grazia. Quelle di chi saluta il Presidente alla fine del mandato. Quelle che arrivano in una videochiamata familiare. E quella, potentissima, dell’astronauta, mostrata senza difese. Momenti che non cercano l’effetto, ma colpiscono perché veri, contagiosi.
E poi ci sono scene che aprono nuove direzioni nel cinema di Sorrentino, come il canto degli alpini, semplice e struggente. La grazia è un film che non dà risposte facili, ma accompagna lo spettatore dentro una domanda fondamentale: cosa resta di noi, delle nostre scelte, del nostro amore, quando il tempo sembra finire?
Buone letture. E a presto,
Marta









Che bello l'intervento di Melania Guarda! Avevo giusto in mente di iniziare la scoperta di Agatha Christie in occasione di questo anniversario, i consigli di lettura saranno un prezioso punto di partenza.