Il lavoro culturale (e altri modi per non pagare l’affitto)
Dal film La mattina scrivo a Luciano Bianciardi: perché fare cultura è bellissimo, ma viverci è un’altra storia.
«Nell’antichità era il lettore che cercava il libro. Oggi è il libro che cerca il lettore.» Luciano Bianciardi. Il lavoro culturale
La scorse settimana nelle sale è arrivato un film che ho visto a Venezia e di cui tutti mi dicevano: è bellissimo! Ti piacerà!
La regista è la francese Valerie Donzelli che nel 2011, in un’altra mia vita in cui per fortuna ancora non ero madre altrimenti mi avrebbe devastata, aveva firmato un film bellissimo che si intitola La guerra è dichiarata e parla della malattia del figlio (che però ora sta bene, vedo da internet con mio grande sollievo. Vi consiglio se non lo avete visto di recuperarlo, è un film che riesce a parlare di una cosa terribile, con un tono giocoso, pieno di colori, ti distruggi di lacrime ma in qualche modo ti infonde speranza).
Dopo quello che in effetti è un capolavoro, personale, sincero, davvero una di quelle opere scritte, dirette, realizzate in stato di grazia, non aveva fatto un granché, o per lo meno me l’ero persa e vedendola in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, ero sinceramente felice e ben disposta.
Peccato che però, quando sono uscita dalla sala, fossi tremendamente irritata.
Un’irritazione che ho lasciato scorrere, ho interrogato, mi sono domandata… Ma perché un film che ha tutte le carte per piacerti, ti dà così fastidio? Come canterebbe Ditonellapiaga.
Il film in questione è La mattina scrivo (À pied d’œuvre), lo trovate ora nelle sale ed è basato sul romanzo autobiografico di Franck Courtes uscito nel 2023.
È la storia vera di un fotografo che lavora, sta bene, guadagna abbastanza da permettersi un bell’appartamento a Parigi e una vita piena di comfort della modernità, ma che molla tutto dopo aver pubblicato un paio di romanzi di medio successo, ovvero: piaciuti alla critica ma che non hanno venduto abbastanza da permettergli di vivere di libri. Nel film le copie vendute sono 5000 e, come ha detto giustamente a Venezia il mio collega del festival del cinema Zerocalcare, non sono mica poche in Italia. In Francia evidentemente hanno altri parametri.
Insomma, il nostro scrittore decide di buttarsi a capofitto in quello che ritiene essere il suo daimon, la scrittura. Me deve pur mangiare e quindi, dato che decide liberamente di mollare un lavoro che in realtà gli rendeva benissimo (la fotografia) e che il problema degli intellettuali è quello di vivere scollati dalla realtà, nella realtà decide di buttarsi.
E quindi molla l’appartamento, va a vivere in un tugurio acquistato dalla madre, inizia a fare lavoretti - dal rider al giardiniere senza cesoie - per più o meno mantenersi. C’è una scena epica, se vorrete vederlo, in cui addirittura ammazza un cervo e lo macella nella casa da 15 metri quadrati.
Tutto potenzialmente interessante, tutto giusto. Ne parla anche Loredana Lipperini in un articolo interessante su Lucy: il lavoro culturale non riguarda il destino di una sola persona, ma di tutti coloro che provano a sopravvivere in questo durissimo ambito. La diserzione come forma di resistenza — o forse solo di sopravvivenza. Però la domande che ho continuato a pormi era: ma perché mollare il lavoro? Perché fare finta di essere povero quando potresti non esserlo? Non è terribilmente snob? Non è appropriazione culturale?
Chissenefrega di uno che decide di lasciarsi affondare nella povertà perché “si sente un’artista”. E io gli artisti li stimo, li intervisto, li leggo, so quanto sia terribilmente difficile inseguire la propria passione. Però c’è un limite a tutto.
Poi però mi è venuto in mente Luciano Bianciardi
E Milano? Gli intellettuali lassù sparivano dietro a un grosso nome, e diventavano funzionari di un’industria, tecnici della pubblicità, delle human relations, dell’editoria, del giornalismo. Cessavano di esistere come clan, come corporazione, come grande famiglia; non erano più il sale della terra, i cani da guardia della società, i pionieri dell’avvenire, gli ingegneri dell’anima. (Il lavoro culturale)
Di Luciano Bianciardi non parla più nessuno. Era molto in voga quando facevo io l’università, quindi un quarto di secolo fa più o meno. Luciano Bianciardi è nato a Grosseto nel 1922, ha fatto la guerra, è stato uno di quelli che oggi chiameremmo “animatori culturali”. Si è inventato, quando faceva il bibliotecario, il bibliobus, che voi pensate sia un’idea recente, probabilmente milanese (quando ancora i tram non facevano incidenti ad ogni angolo) forse al massimo degli anni Novanta. Invece no, se l’è inventato lui, dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel cuore della Maremma, per portare i libri e la cultura nei luoghi più impervi come la campagna emiliana.
Bianciardi era un sognatore, un comunista, uno che credeva, da giovane, fortemente nella necessità di una rinascita culturale del nostro paese.
La sua parabola la racconta in un libro bellissimo che si intitola La vita agra, di cui ho parlato nel mio libro M come Milano (libro che hanno letto in pochi in cui vi dirò, senza peccare di superbia, di aver intuito delle cose che poi a Milano sono davvero successe, lo trovate qui).
In sostanza racconta la storia di un rivoluzionario che va a Milano per vendicare dei minatori morti sul lavoro e per piazzare una bomba nel grattacielo della società responsabile della strage. Ma il risultato (se volete c’è anche il bel film di Lizzani con Ugo Tognazzi) è che è lui che viene inglobato dalla città. Che sogna di fare cultura, ma facendo il traduttore non vive, e allora usa le sue capacità - scrivere - per lavorare in quello che è il nascente business della città che sale: il marketing. C’è una scena epica dei biscotti. Non ve la spiego ve la linko qui sono nemmeno due minuti, guardatela, perché lì c’è raccontato tutto
“I sapori il pubblico non deve sentirli con le orecchie, con la vista, con il tatto. Il gusto non serve! Le sostanze naturali nell’industria moderna sono destinate a scomparire! L’importante è che non scompaia nella mente dell’uomo moderno il desiderio di consumare vero vino, vero latte”
Le parole che si usano, le illusioni, il marketing che ci rimbalza nel cervello. Erano gli ani Sessanta e lui si riferiva alla tv. Oggi abbiamo la pubblicità sempre in tasca e costantemente la confondiamo con tutto il resto.
Pensate che negli Stati Uniti esiste un intero filone di pensiero — libri, conferenze, corsi universitari — dedicato a come i brand possano “usare la cultura” per vendere meglio. Marcus Collins, ex head of strategy di Wieden+Kennedy (una delle agenzie pubblicitarie più influenti al mondo, quella che ha fatto “Just Do It” per Nike), ha scritto un libro che si intitola proprio For the Culture e che sostiene, in sostanza, che la cultura funziona come un sistema operativo: influenza tutto quello che facciamo, ogni scelta, ogni comportamento. E che i brand più intelligenti non cercano di costruire una community dal nulla, ma entrano in quelle che già esistono, portando nuovo linguaggio, nuovi simboli, nuovi rituali. Un’idea affascinante, e anche abbastanza vera — se state leggendo questa newsletter è anche perché condividete un certo sistema di valori, un certo modo di guardare al mondo. Il problema non è il concetto, ma la finalità, e la finalità, come aveva intuito Bianciardi… è vendere.
Nel nostro piccolo mondo, i content creator culturali, i booktoker fanno un lavoro culturale condividendo idee, letture, informazioni e pensieri. Ma anche loro (e io mi ci metto nel mezzo) dobbiamo mangiare, come Courtes, e dunque guadagnare da ciò che facciamo, dai libri e dai film di cui parliamo, dagli eventi e dalle collaborazioni.
E quindi… Qual è il confine tra cultura e marketing? Cosa fa del marketing la cultura?
Tutto ormai è marketing, è merce, è prodotto. E poi ci indigniamo quando un professore famoso sui social dice che l’insegnamento sarà sempre di più come fa lui, sulle piattaforme, a pagamento.
In questo coacervo di personaggi più o meno noti - dalle star di Hollywood tipo Timothèe Chalamet che vive in una famiglia di ballerini e insulta il balletto ai professori influencer - c’è una tendenza curiosa all’harakiri. Si dicono sciocchezze non ricordandosi che non siamo nel 1976, ma nel 2026, e che ogni frase, scivolone, imprecisione non verrà perdonato ma buttato su Instagram (non li sto difendendo, sia messo agli atti: ci sto riflettendo sopra).
E noi alziamo i vessilli: ma no, la cultura è un bene comune! Va difesa!
Un bene comune però che non importa a nessuno. O che per lo meno vive costantemente nell’ossimoro, che Bianciardi aveva capito molto bene. Non può esistere un “lavoro” che è anche “culturale”, perché quando mescoli il capitalismo al resto, soprattutto alla cultura, va tutto a remengo.
Perché oggi tutto è contenuto. Tutto è piattaforma. Tutto è visibilità.
E dentro questo flusso continuo la cultura continua a proclamarsi “bene comune”.
Una frase bellissima, che però nasconde sempre lo stesso problema: i beni comuni, da qualche parte, qualcuno deve pur pagarli.
Il paradosso è questo. Vogliamo che la cultura sia gratuita, accessibile, diffusa. Ma pretendiamo anche che chi la produce viva di aria, passione e visibilità.
Bianciardi questa contraddizione l’aveva vista benissimo. Aveva capito che il lavoro culturale, dentro il capitalismo, è sempre un compromesso. O diventi parte della macchina — pubblicità, editoria, media — oppure resti fuori e paghi il prezzo dell’irrilevanza.
Aveva trent’anni quando è arrivato a Milano pieno di ideali e quarantasette quando è morto, consumato dall’alcol e dalla disillusione. Aveva capito tutto e non è servito a niente.
Oggi forse farebbe un podcast. Probabilmente avrebbe migliaia di ascoltatori, qualche sponsor di un’app di meditazione e un sacco di gente che lo segue senza comprare i suoi libri.
Tra l’altro il titolo lo aveva già trovato lui: “Non leggete i libri, fateveli raccontare.”
Il lavoro culturale, appunto.
E voi che ne pensate?
Buone letture. E a presto,
Marta





