Ridimensionare le aspettative
La differenza tra sogno e illusione si capisce solo dopo, col tempo. E anche se sogni e illusioni non stanno nella realtà… a volte sono proprio loro che ci spingono avanti. Un’intervista a Lily King
È passato anche questo Natale […] giorno dunque di festa, ma, come ogni data singolarmente importante o solenne, giorno di rimpianto per quelli passati. Sentimento strano, ingiusto in me, che sono ancora quasi bambina, che dovrei guardare solo all’avvenire, fiduciosa, serena! […] Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia […].
Antonia Pozzi
Partiamo da un presupposto: io amo il Natale.
Ma lo amo da circa tre anni, ovvero da quando un piccolo essere è entrato nella mia vita inaspettatamente e mi ha fatto rivalutare gran parte delle mie convinzioni. Se prima ero il Grinch ora mi sono trasformata in uno strano folletto incapace comunque di infornare omini di pan di zenzero o realizzare alberi di Natale a prova di Instagram, ma più in grado di accogliere il periodo festoso con gioia. Tanto da sviluppare un’insana passione nei confronti dei villaggi di Natale, grotte di Babbo Natale, attrazioni serie ma per lo più facete che ormai inondano i nostri feed e, di conseguenza, i weekend di genitori impazziti di fronte all’ennesima foto con Babbo Natale da pagare 20 euro in cassa (“ma è diverso da quello dell’anno scorso!”, mi dice Orlando… “Eh, amore hai ragione”, rispondo io, “si vede che è un po’ invecchiato… non avrà preso il collagene per bocca”).
Quello che mi ha però sempre spaventata del Natale, e lo fa tutt’ora, è la distanza che si crea tra aspettative e realtà. È il periodo dell’anno in cui si concretizza nelle vite di tutti – chi più, chi meno – la profezia di leopardiana memoria del sabato del villaggio: aspettiamo così tanto una cosa che, quando si realizza, perlopiù ci delude. A volte addirittura disgusta.
Uno dei classici che consiglio sempre in questi periodi è Il panettone non bastò di Dino Buzzati. Una raccolta che contiene tutti gli scritti – principalmente per i giornali – che Buzzati dedicò al Natale dagli anni Trenta agli anni Settanta.
A Buzzati il Natale non piaceva per niente, di solito lavorava, non faceva grandi regali, l’unica cosa a cui teneva era il pranzo a casa di sua mamma con i fratelli, usanza che portò avanti fino al 1961, l’anno in cui l’amata mamma morì.
È interessante leggere ora questi racconti (alcuni sono articoli, altri racconti, c’è anche un piccolo fumetto), un po’ perché ci fanno rendere conto di come le cose – per citare Pavese – cambiano per non cambiare mai: Buzzati criticava le derive commerciali del Natale – stessa cosa che facciamo oggi, anche se con meno convinzione – criticava la narrazione del “a Natale siamo tutti più buoni”, come se allora andasse bene essere str…i tutto il resto dell’anno. Però del Natale ammirava il manto di fantasia e illusione. Quel radicarsi del suo immaginario nell’infanzia, mescolando il sogno alla paura, l’aspettativa a una realtà che diventa più bella perché ricoperta di lucine.
In un articolo del 1951 racconta un episodio molto simile a un fatto di cronaca accaduto qualche anno fa: delle maestre australiane hanno detto ai bambini che “Babbo Natale non esiste” per non nutrire sogni e vane illusioni. Buzzati si scaglia contro questa scelta, difendendo la necessità di credere, almeno fino a quando si è bambini, in qualcosa:
Come può essere sopportabile una vita che non sia piena di sogni ed illusioni?
Le illusioni ci aiutano a crescere. Ci offrono un senso, una speranza, un desiderio.
E così cresciamo, incuneati in un problema irrisolvibile: le illusioni ci servono per andare avanti, ci spingono a immaginare (mondi diversi, noi stessi diversi), ma quelle stesse illusioni ci si ritorcono contro, quando spesso si scontrano con una realtà che non gli corrisponde. E quindi ci abbattiamo, disperiamo, facciamo una gran fatica a riemergere e spesso lo facciamo rilludendoci di nuovo.
Da Giacomo Leopardi passando per Schopenhauer il tema delle “illusioni”, che possiamo anche declinare in “false speranze” oppure “aspettative” (spesso tossiche), ci rincorre per tutta la vita. Esattamente da quel momento in cui da bambini buttavamo sul giorno del Natale ogni nostra speranza, desiderio, possibilità di gioia e molte volte ne venivamo delusi.
Quando qualcosa che si trova al di qua del nostro orizzonte ci si presenta in modo da farci pensare di poterlo raggiungere, ci sentiamo felici; ci sentiamo, invece, infelici se quella prospettiva ci è sottratta da sopraggiunte difficoltà.
Arthur Schopenhauer, Aforismi per una vita saggia
E ci accompagna fino alla vita adulta, quando buttiamo nelle relazioni, sul lavoro, nella maternità, nella casa nuova, nelle vacanze… Ogni forma salvifica di “aspettativa”.
A Natale questo si replica ogni volta, riaccendendo desideri e false illusioni. Caricando una giornata o quelle due settimane di stop da lavoro, impegni, scuola, ecc. di aspettative che spesso sappiamo già essere irrealizzabili in partenza. O, di contro, ci portano a una sorta di atarassia depressa in cui sappiamo che niente potrà essere davvero speciale, e quindi è inutile nutrire false speranze. O peggio ancora, genera litanie interminabili di lamento.
La distanza sta sempre in quello che Schopenhauer aveva capito bene: tra quello che vorremmo e quello che abbiamo. E di certo i social in questo gioco esistenziale non aiutano, mostrandoci costantemente video, foto, racconti di chi certamente sta meglio e si diverte più di noi. E quindi che facciamo?
Possiamo non fare niente e lasciarci cullare ogni volta dalle aspettative irrealizzabili consapevoli che sono l’altra faccia della frustrazione. Oppure proviamo a cercare una forma di concretezza sognante, ridimensionando le nostre “aspettative”, ma provando a soddisfarle davvero.
Il problema sta però, e lo diceva sempre Arthur, uno dei miei filosofi pessimisti preferiti, nella capacità che abbiamo di gioire davvero. Secondo Schopenhauer, infatti, il problema degli esseri umani sta nell’assoluta facilità che hanno di assuefarsi a situazioni che desideravano e nella straordinaria capacità di annoiarsi di ciò che hanno.
Per esempio. “Quando avrò quella casa, finalmente sarò felice”, diciamo (dico io in questo periodo di ricerca forsennata di nuova abitazione…). Poi con sacrifici, impegno e a volte anche un po’ di fortuna quella casa la prendiamo ma dopo poco… iniziamo ad abituarci. La gioia cede il posto all’abitudine, l’abitudine alla noia, la noia all’insoddisfazione, l’insoddisfazione a un nuovo desiderio. A una nuova impacchettata e prontissima “aspettativa”. E così via fino all’infinito. A meno che non proviamo a cambiare prospettiva. A vedere le “aspettative” per quello che sono: uno stimolo, un sogno, un’idea. Non dei principi azzurri con dei cavalli bianchi.
La chiave, almeno per me, sta sempre nella capacità che riusciamo ad allenare in noi stessi di non aspettare che sia qualcosa al di fuori di noi e, generalmente buttata in un ipotetico futuro, ciò che ci potrà salvare. Più impariamo a salvarci da noi, a trovare dentro noi stessi quello spazio di serenità e felicità che ci permette di vedere il mondo con filtri diversi. Che sono quelli non della mancanza, ma della pienezza. Più ci sentiamo pieni di quello che siamo e abbiamo, più potremo salutare con gioia quello che avremo in più. Più eviteremo di lasciarci andare al capitalistico e noioso “lamento”.
Come me ora che devo chiudere questa newsletter per tornare da Orlando. Potrei concentrarmi sulla fatica, sulla noia, sul desiderio che ho di stare sola e scrivere per tutta la sera, oppure ribaltare la faccenda e dirmi: ho fatto il mio lavoro perché ho un compagno che condivide con me la cura di nostro figlio e ora vado a occuparmi di lui, che per me è fonte di gioia, e ora ha bisogno di me.
Antonia Pozzi in una poesia bellissima del 1931 che si intitola Prati scriveva:
Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezzaMa noi siamo come l’erba dei prati
Che sente sopra sé passare il vento
E tutta canta nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi a lui
Noi siamo fili d’erba che cercano il cielo, ma devono fare i conti con il fatto di avere le proprie radici per terra. Dobbiamo imparare ad accontentarci delle folate, imparandone a godere a pieno senza lamentarci della cervicale. E provare a dirci più spesso: “ma sai che c’è, pure qui tra tutti questi rametti, non si sta così male”.
Proviamo a tenere un po’ di lucine e omini di pan di zenzero dentro di noi per tutto l’anno, addobbiamo la nostra interiorità di magia e capacità di sognare, senza caricare troppo un solo mese – pure meno, un paio di settimane – di gioia, serenità, pace, bellezza, desideri, bilanci. Nessuno, nemmeno dicembre, è in grado di sostenere tali aspettative. O pressioni sociali.
Lily King e le illusioni che attraversano il tempo
E di illusioni e sogni che cadono per terra fragorosamente quando la vita – e il crescere e la vecchiaia – prendono il sopravvento parla anche Lily King nel suo romanzo bellissimo Cuore l’innamorato.
Per chi non l’avesse letto: è la storia di tre amici che durante il college si innamorano l’una degli altri, a turno, con quell’afflato e quella fragilità che solo i primi grandi amori sanno regalare, in un triangolo pieno di romanzi, poesie, teorie filosofiche che questo triangolo (due ragazzi, una ragazza) studiano all’università.
Poi la vita scorre, il tempo passa, i sogni diventano realtà e fanno un po’ meno rumore… il dolore arriva e con lui, la necessità di fare i conti con quello che si è e quello che si è costruito.
Con Lily King ho parlato di scrittura, di vita, di Virginia Woolf (sua grande passione… e non a caso ci ho visto un sacco di Mrs Dalloway nel suo romanzo) e di consigli per chi vuole provare a mettere in scrittura questa scocciatura che è la vita che passa, ma che magari porta con sé un po’ di consapevolezza in più.
Marta
Amo tutti i tuoi libri, soprattutto questo ultimo, Cuore l’innamorato… e anche tutta la mia community ti adora. Sei una scrittrice meravigliosa, quindi davvero, grazie. Ti stai godendo il tuo viaggio in Italia? Ti piace incontrare i lettori italiani?
Lily King
È davvero, davvero meraviglioso. Non mi aspettavo fosse così divertente e tutta questa attenzione, la stampa, l’interesse per il mio libro. Onestamente, non poteva succedere in un paese migliore. Penso che l’Italia sia il mio paese preferito in assoluto. Mi sento davvero grata. Grazie.
Marta
Parliamo allora del tuo libro. Il tuo libro è pieno di tutto: d’amore, del senso di crescere, di malinconia e molto altro. Qual è stata la prima immagine da cui è nata questa storia?
Lily
Wow. È stata davvero la prima scena che ho scritto: la professoressa che legge il suo saggio ad alta voce, e i due studenti brillanti in classe che la notano. Quella è stata la prima immagine che ho avuto. E molto presto ho capito che avremmo fatto un salto temporale, che quei tre – lei e i due ragazzi – sarebbero spariti, e trent’anni dopo si sarebbero ritrovati insieme, in una stanza piccolissima, in circostanze completamente diverse. Quindi sono state queste due immagini a bilanciarsi a vicenda sin dall’inizio.
Marta
Nel libro metti davvero tutta la vita, tutte le emozioni. Nella prima parte parli tantissimo d’amore: tre persone sui vent’anni, un amore assoluto, idealizzato, e anche molto fragile. Com’è stato per te tornare a quel tipo di emozioni?
Lily
Sai, abbiamo tutti una gamma di emozioni piuttosto limitata. Quindi non ho dovuto davvero “tornarci”, perché quelle emozioni le porti sempre con te. Ma mi spaventava non riuscire a ricordare davvero com’era essere al college, pensavo fosse troppo lontano da me e che non sarei riuscita a evocare nulla. Ma appena ho scritto quella scena ambientata al college, con loro che camminano insieme nel campus, e poi il primo appuntamento… Era come se fossi lì. E non so se fosse memoria o immaginazione. Per me sono quasi la stessa cosa. Credo di non avere una memoria particolarmente accurata – penso che tutti noi immaginiamo più di quanto ricordiamo. Ma ero lì, ed è stato un sollievo. Perché non ero sicura di riuscire a tornare in quel luogo emotivo.
Marta
E qual è la tua opinione su questo tipo d’amore, quello dei vent’anni?
Lily
È così intenso, no? Il primo amore è così intenso perché sei completamente vulnerabile. Non hai ancora idea di cosa voglia dire avere il cuore spezzato. “Cuore spezzato” è solo una parola, non ti è mai successo. Quindi non hai difese, non hai barriere, né limiti. Ed è proprio questo che lo rende così puro, totale, travolgente. Ero davvero interessata a catturare questa intensità, il modo in cui ti perdi completamente nell’altro. Poi, crescendo – se stai bene – impari a non perderti, impari ad amare te stesso e anche un’altra persona, ma in modo più sano, meno totalizzante. Però, sì… è bellissimo scrivere di quell’amore passionale, assoluto. Ed è anche bellissimo leggerne.
Marta
I tuoi protagonisti – Jordan, Sam e Yash – vivono quell’amore nella prima parte del libro anche attraverso i libri che leggono: Il grande Gatsby, Virginia Woolf, Wordsworth, Hume, Sant’Agostino e molti altri. Secondo te, i libri che leggiamo influenzano il modo in cui comprendiamo i sentimenti, l’amore e anche la nostra visione del mondo?
Lily
Sì, lo penso davvero. I libri ci danno esempi. Ci danno parole per descrivere le emozioni, e anche delle traiettorie narrative. Ci aiutano a capire come vogliamo vivere. Spesso ci offrono una visione morale – o amorale – ci pongono delle domande. Nella letteratura trovi il bianco, il nero e tutte le sfumature di grigio, e tutto questo, quando sei giovane, è davvero prezioso. E poi, nei miei libri, la letteratura crea un modo per far parlare le persone. Possono parlare dei libri e anche attraverso i libri, è come una lingua segreta tra loro. E questo può aumentare l’intesa, la passione, che sia un’amicizia o una relazione amorosa. Quindi sì, la letteratura funziona in tanti modi nel libro.
Marta
E quali sono stati i tuoi libri, i tuoi autori, quelli che più hanno influenzato la tua visione dell’amore e della vita, quando eri giovane?
Lily
Oh sì, certo. Penso che il primo in assoluto sia stato It’s Not the End of the World di Judy Blume. Fantastica. Mi sono innamorata dei suoi libri da piccola. Mia madre continuava a portarmeli. It’s Not the End of the World è stato il secondo che ho letto. Parlava di una famiglia che stava per divorziare, e credo che mia madre me lo diede proprio perché stava per lasciare mio padre, e voleva prepararmi. Non sapeva come parlarmene… quindi mi ha dato questo libro. Ed è stato un libro brillante. I dialoghi erano incredibili, e io… Io amavo già leggere, ma con quel libro ho pensato: “Voglio fare questo. Voglio fare quello che fa lei. Come ci riesce?”. E così è cominciato tutto. Poi, come succede a molti ragazzi americani, ho letto Salinger. Mi è piaciuto Il giovane Holden, ma ho amato soprattutto Nove racconti. Li ho letti più e più volte.
Alle superiori ho scoperto John Updike, John Cheever, William Faulkner, Hemingway… ma mi sentivo più vicina a Faulkner che a Hemingway. La mia formazione scolastica era tutta maschile: anche Saul Bellow. Non ho mai letto donne, tranne forse un racconto di Flannery O’Connor. Poi sono andata al college nel Sud, quindi ho letto più O’Connor, e altri autori del Sud come Walker Percy. Ma è stato al master che ho scoperto Virginia Woolf. E quello è stato l’inizio della mia vera educazione letteraria “femminile”. Lì ho trovato la mia passione, le mie autrici. Ho scoperto Doris Lessing, Nadine Gordimer, Alice Munro, Toni Morrison… si è aperta una porta che non sapevo nemmeno esistesse. E lì ho trovato la mia gente, e il tipo di scrittura che volevo fare.
Marta
Anche io, e la mia community, amiamo molto Virginia Woolf. Ho letto che tieni Gita al faro accanto al letto. Raccontaci di più sul tuo rapporto con lei. Io, per esempio, ho trovato molti echi di Mrs Dalloway nel tuo libro: anche lì Clarissa rivede, da adulta, un amore giovanile… come Peter Walsh. Lo stesso succede nella seconda parte del tuo romanzo. Quanto ti ha influenzata?
Lily
Hai assolutamente ragione. Di solito leggo Virginia Woolf proprio mentre scrivo, perché mi ispira profondamente e mi ricorda perché scrivo. Ma stavolta no… eppure sì, tutta la dinamica Peter Walsh–Sally Seton è lì, è un triangolo amoroso. È una storia così struggente, così commovente. Quando Peter torna da Clarissa dopo tanti anni e gioca con il suo coltellino… ah, adoro quel passaggio! E adoro il modo in cui il passato preme sul presente in quel romanzo. Lei è lì, ma tutta la sua vita le ritorna addosso. Amo Gita al faro e Mrs Dalloway. Sono le mie due Bibbie.
Marta
E secondo te, quanto ci dice di noi il nostro passato, man mano che cresciamo?
Lily
Sai, ci sono persone che vivono solo nel presente. Non si guardano indietro, non analizzano il passato, non si aggrappano ai ricordi. Io invece sì. Non so se “nostalgia” sia la parola giusta, ma ogni cosa che mi è accaduta la considero preziosa. Le emozioni che ho provato per le persone nel passato… non muoiono. Posso ancora richiamarle. Provo ancora tanto amore per chi ho amato. E in molti casi sono ancora in contatto con quelle persone. Non mi piace lasciare andare le cose, se non è necessario. Il passato è una risorsa per uno scrittore, ma è anche parte del presente. Come diceva Faulkner: “Il passato non è morto. Non è nemmeno passato”. È vero. Vive dentro di noi.
Marta
E secondo te, come possiamo affrontare questa cosa così difficile e tremenda che è crescere? Qual è il ruolo della scrittura in questo?
Lily
Crescere significa, tra le altre cose, non ripetere gli stessi schemi. E ci vuole molto tempo per accorgersi dei propri automatismi, dei modi in cui – magari senza essere autodistruttivi – non ci stiamo aiutando. Ultimamente sono molto attenta a questo. Mi chiedo: “Questo mio modo di reagire mi fa davvero bene?”. Cerco di fermarmi, guardare da fuori e scegliere il comportamento migliore. Spesso significa solo fare un passo indietro, prendere prospettiva… e poi andare avanti.
Marta
La seconda parte del tuo libro è molto toccante. Lo è stata anche per te mentre la scrivevi? Qual è stato il momento più doloroso?
Lily
Sì, la terza parte in particolare è stata molto difficile. Ricordo che provavo tanta tristezza mentre scrivevo. Pensavo: “Ok, forse mi restano solo tre giorni di scrittura, resisti…”. Poi, una volta finita la prima stesura, è cambiato tutto. A quel punto è diventato un progetto, qualcosa di più distaccato. Ma durante la scrittura iniziale… sì, era pesante. Non ho pianto tanto – magari una volta – ma c’era una tristezza sorda che mi portavo dentro fino alla fine di quella sezione.
Marta
Parliamo di illusioni. Quando si è giovani se ne hanno tante, soprattutto sull’amore. Poi si cresce e alcune svaniscono. Cosa pensi delle illusioni? E la letteratura può aiutarci a gestirle?
Lily
Domanda bellissima. La letteratura è un luogo ideale dove vedere come le illusioni possono far deragliare una vita. Se ci aggrappiamo troppo a un’illusione, senza guardare la realtà, le conseguenze possono essere dure. Tanti romanzi parlano proprio di questo. Ma allo stesso tempo, è importante avere sogni. Nel libro, Jordan sogna di diventare scrittrice. Forse gli altri pensano che sia un’illusione… forse lo è, ma lei lo porta avanti. La differenza tra sogno e illusione si capisce solo dopo, col tempo. E anche se sogni e illusioni non stanno nella realtà… a volte sono proprio loro che ci spingono avanti.
ATTENZIONE questa domanda contiene uno spoiler! Non leggerla se non vuoi avere una rivelazione inaspettata nel romanzo.
Marta
Una domanda sul finale del libro: a un certo punto capiamo chi è Jordan. Sapevi già da subito che sarebbe stata Casey? E quanto di te c’è in Jordan e in Casey?
Lily
No, all’inizio non lo sapevo affatto. Scrivevo in prima persona, senza nome, e non pensavo fosse Casey di Writers & Lovers. Poi ho scritto alcune scene ambientate al college, e ho iniziato a prendere appunti sul futuro della protagonista. A un certo punto ho scritto il nome Silas. E mi sono detta: “Oh mio Dio, è sposata con Silas. Dev’essere Casey”. È stato scioccante anche per me. Non ero sicura di tenerlo, ma poi ha cominciato a funzionare. Non l’ho nemmeno detto alla mia editor: le ho mandato il manoscritto senza avvisarla. Così ha avuto la sorpresa, e ha voluto mantenerla per i lettori. Quanto a me e Casey… abbiamo molte cose in comune. Lei è forse una versione migliore di me: risponde più in fretta, si difende meglio, è più consapevole. Io da giovane ero molto più ingenua. Casey invece sa riconoscere subito cosa è giusto e cosa no. È più femminista di quanto io fossi alla sua età.
Marta
Parlaci del tuo processo creativo. Scrivi a mano?
Lily
Sì, scrivo esattamente come facevo al liceo. Uso un quaderno a spirale, con carta a righe, e una matita (non una penna, anche se le adoro!). Scrivo la prima bozza lì, nel modo più grezzo possibile. Poi passo tutto al computer, riscrivendo e modificando mentre lo faccio. Stampo, rileggo dopo qualche giorno e annoto correzioni sulla stampa. E ripeto il processo molte volte, finché non sento di aver fatto tutto quello che potevo. Solo allora lo passo a mio marito, al mio gruppo di scrittura, al mio agente, e infine alla mia editor.
Marta
Ultima domanda: ci dai 3 consigli per chi vuole diventare scrittore, come te?
Lily
1. Scrivete. Non ci sono scorciatoie. Nessun trucco. Create una routine: io scrivo la mattina, con tè, quaderno e matita. Non aspettate l’ispirazione: scrivete comunque, anche se non vi va. Anche solo mezz’ora al giorno.
2. Zittite il critico interiore. Quel giudice dentro di noi può uccidere la creatività. Va bene quando bisogna revisionare, ma non mentre si scrive.
Dimenticate la perfezione. Lasciatevi andare.
3. Non preoccupatevi del giudizio degli altri. Non pensate a cosa diranno vostro padre, vostra sorella, il prof del liceo. I vostri personaggi sono vostri. Le vostre storie vi appartengono. Gli scrittori devono essere un po’ spietati. E va bene così.
Buone letture. E a presto,
Marta







Che bello ritrovarsi in questo tema delle aspettative che lievitano come il panettone… e poi si sgonfiano.
Mi ha fatto pensare che forse non è il Natale in sé a deluderci, ma l’immagine “perfetta” che costruiamo attorno a quella giornata.
E l’accostamento con Buzzati e Schopenhauer funziona benissimo: due pessimisti che alla fine ci aiutano a vivere meglio, paradossalmente.
Ti faccio due domande da lettore curioso:
1. Tu come fai, concretamente, a ridimensionare le tue aspettative senza reprimere il desiderio? Hai dei rituali, dei “promemoria emotivi”?
2. Quando parli dell’amore dei vent’anni come “senza difese” credi che da adulti sia possibile recuperare un frammento di quella vulnerabilità senza tornare ingenui?
Una newsletter meravigliosa, ricca di spunti di riflessione. Grazie