Flâneuse di Marta Perego

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Tutto quello che succede, succede dentro ai libri

Il mondo salvato dai ragazzini e la mia intervista a Kiran Desai: pensieri, gioie e mal di piedi nell’edizione del Salone dei record

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Marta Perego
mag 21, 2026
∙ A pagamento

Arrivare a capire che sono passati vent’anni, e che nella mia vita reale non è successo quasi niente. Tutto quello che è successo, è successo dentro al libro

Kiran Desai

Tutto ha inizio con una ricerca forsennata su Facebook.

In questa contemporaneità fatta di foto sul telefono, io che non ho alcuna propensione per archiviare, conservare, mettere ordine soprattutto i miei dati digitali, so di avere un unico luogo in cui ricercare scatti di un mondo pre-Instagram, forse anche pre-iphone e forse anche pre-mia-vita-adulta: il mio account personale Facebook che non uso più da almeno 8 anni.

Parto da qui per raccontarvi del Salone, perché è da qui che ho iniziato il mio viaggio per ottenere informazioni che ho dimenticato: quando sono andata al Salone per la prima volta? Chi ho incontrato? Qualcosa nella mia memoria continuava a ripetermi: 20 anni.

In realtà 20 sono troppi, tenuto conto che nel 2006 mi sono laureata, nel 2007 ho iniziato a lavorare e probabilmente il mio primo Salone del Libro da giornalista è stato nel 2009.

Però di una cosa ero certa: io ho già intervistato Kiran Desai – tra le ospiti più attese di questa edizione del Salone, con il suo grande ritorno in libreria -, che è stata una delle mie ossessioni letterarie di quando avevo vent’anni. Colei che poco più che trentenne vinse il Booker Prize con un romanzo – Eredi della sconfitta, che titolo meraviglioso - che raccontava l’India, gli Stati Uniti, il significato di migrare, che avevo amato moltissimo tanto da leggermi tutto di lei e anche della madre, anche lei scrittrice, anche lei candidata più volte al Booker Prize nonostante non l’abbia mai vinto. Anita Desai, che invece è più propensa a raccontare storie di donne nell’India della dichiarazione di Indipendenza, generalmente vessate da una società patriarcale e violenta (ricordo sicuramente di aver letto questo, è molto bello, se avete occasione recuperatelo).

I romanzi servono anche a questo, a far riaffiorare alla memoria periodi della tua vita di cui non ti ricordi una mazza.

Ovviamente le foto su Facebook non le ho trovate (altrimenti le avrei pubblicate in questa newsletter, tronfia della mia ricerca…), il mio archivio parte dal 2012/2013, tutto quello che c’era prima chissà, è finito nell’oblio, dovrebbe stare nella mia memoria che è piena di buchi. Chissà che fine ha fatto quella ragazza di 22, 23 anni. Un giorno l’andrò a cercare, ma non oggi.

Però esiste Google, e Google mi dice che Kiran Desai al Salone c’è stata, ma era il 2010 come si vede da questo articolo.

E allora tutto torna, tutto è più chiaro e limpido. E non mi sento più una pazza con le traveggole. Ho sicuramente incontrato Kiran Desai, non venti ma sedici anni fa. In un’altra vita, mia e sua, in un altro Salone, per altre questioni - non esisteva Substack, non c’erano i booktoker, io facevo la giornalista, ero giovane, forse una delle più giovani giornaliste di libri in circolazione e lavoravo per un programma TV che si chiama Ti racconto un libro, andava in onda su Iris Mediaset, magari qualcuno se lo ricorda.

Parto da qui, dicevo, non per farvi un amarcord degli affari miei, ma per raccontarvi il Salone di quest’anno. Il Salone dei record. Numeri da capogiro, mai visti tra i padiglioni. Chi c’è stato lo sa.

Code ovunque: per i bagni, per entrare negli stand, per farsi autografare il fumetto da Zerocalcare, per fare la foto con Barbero, per entrare agli eventi sia che fossero prenotati che non.

Ho sentito persone in coda che, con prenotazione effettuata, per essere sicure di entrare all’evento in cui Francesco Costa intervistava Bernie Sanders - a cui ho partecipato anch’io per fortuna con accredito stampa - sono rimaste in coda 4 ore.

Chissà da quando l’umanità si è allenata a stare in coda. E lo accetta, più o meno, di buon grado.

Un’edizione dei record – leggo da comunicato: 254 mila presenze, 63% under 45. E ci verrebbe da chiederci: ma come è possibile che le vendite dei libri siano scese ancora nel 2025 del 2,2%? Com’è possibile che l’unica cosa che attira, richiama, smuove sono gli “eventi” e lo sono sempre di più, dal Salone del Mobile (che poi ora è la Design Week), alle Olimpiadi, ora tutti al Salone del Libro. Per favore: se iniziamo a chiamarlo Book Week, io cambio stato.

Non è solo un’anomalia italiana. La Fiera del Libro di Lipsia nel 2025 ha stabilito il record assoluto di presenze - 269.000 visitatori in quattro giorni, più della Fiera di Francoforte 2024 - mentre le vendite di libri in Germania nello stesso anno erano calate dell’1,7%. Stesso schema, ovunque: più gente agli eventi, meno libri venduti. È un tema che sta animando il dibattito internazionale, molto legato al ruolo che i social hanno trasformato i libri in oggetti estetici, in accessori identitari più che in qualcosa da leggere. Ma è un discorso ampio, anche volendo complesso e contraddittorio… su cui torneremo.

Per ora voglio parlarvi di questa edizione del Salone del Libro, e del perché non trovare quella foto di Facebook mi è sembrato, alla fine, un segno del destino

Un’edizione che si è svolta sotto il segno di un claim meraviglioso e azzeccato, ma non avevo dubbi la direttrice del Salone, Annalena Benini è brava, conosce i romanzi, soprattutto delle autrici italiane e sa dove andare a parare, Il mondo salvato dai ragazzini.

Che è il titolo del libro più strano di Elsa Morante: non è un romanzo, non è un saggio, non sono poesie. È tutto insieme… ci sono delle canzoni popolari, scritte in orizzontale (davvero, comprate il libro per credere), scritti teatrali. È un libro uscito nel 1968 nel cuore delle contestazioni ed è un inno al potere salvifico dell’adolescenza.

Morante divide il mondo in due: i Felici Pochi e gli Infelici Molti.

Gli Infelici Molti sono, nella visione di Elsa Morante, anzitutto gli adulti - gli accettanti. I Felici Pochi sono, tra i nuovi, coloro che sapranno vedere e di conseguenza agire, con la convinzione che quanto dà senso e dignità alla nostra esistenza è combattere il drago. (Goffredo Fofi nella prefazione dell’edizione Einaudi)

In sostanza: gli Infelici Molti sono, nella sua visione, quelli che hanno smesso di fare domande e si sono rassegnati all’ordine delle cose. Non sono necessariamente persone cattive o stupide. Sono semplicemente persone che hanno ceduto: alla convenienza, alla stanchezza, al peso del mondo così com’è. I Felici Pochi sono l’opposto, ma attenzione, la felicità di cui parla Morante non è quella tranquilla e soddisfatta di chi ha ottenuto quello che voleva. È una felicità più difficile, più scomoda. È la felicità di chi sa ancora vedere il mondo per quello che è e non si rassegna a ricercare la verità oltre gli ordini precostituiti. Di chi conserva dentro di sé quella capacità adolescenziale di indignarsi, di meravigliarsi, di fare le domande sbagliate al momento sbagliato. Di non accontentarsi di quello che ci viene detto, fatto credere, dato per assodato.

Zadie Smith, nella sua lezione di apertura - ha letto un racconto contenuto nel libro edito da Sur, Vivi e Morti - ha raccontato come la cosa bella degli scrittori sta nel continuare a porsi domande adolescenziali. Emmanuel Carrère, nella conversazione con Concita De Gregorio, ha spiegato perché abbia scritto Kolchoz: un romanzo sulla sua famiglia, sulla perdita della madre, su quanto l’infanzia e l’adolescenza definiscano quello che siamo. Kiran Desai (di cui qui sotto trovate l’intervista) dopo vent’anni di silenzio da Eredi della sconfitta ha scritto un romanzo sulla storia d’amore tra due ragazzi, Sunny e Sonia, che nel loro incontrarsi e riconoscersi dipanano il tema della solitudine e dell’appartenenza. Fabio Bacà me lo ha confermato nella presentazione del suo bellissimo L’era dell’Acquario: i temi che ossessionano gli scrittori nascono spesso dalle domande dell’adolescenza. E Roberta Recchia, che ho presentato, ha scritto un romanzo in cui l’unico capace di salvarsi - e di salvare gli altri - è un ragazzino.

E allora.

In questa contemporaneità di intelligenze artificiali, in cui gli adolescenti vengono studiati, analizzati, dissezionati dagli adulti come specie protette, ma forse raramente ascoltati, e in cui i libri non si vendono (tranne al Salone, leggetevi questo report molto interessante dei titoli più venduti pubblicato su Ansa) ma sono diventati tremendamente di moda, c’è qualcosa di struggente e contraddittorio. Qualcosa che alle malinconiche signore di mezza età come me fa venire i lacrimoni. Tanto quanto il mal di piedi nel correre dal Padiglione 1 all’Oval senza scarpe ortopediche, con sportine (scusate: shopping bag) sempre più ricolme di titoli, dribblando lettrici, lettori, curiosi, gente con i trolley che si accaparra novità, sconti, gadget, gente che si fotografa felice e che forse se si sente Felice Poca dopo un sacco di tempo in cui non si ricordava più cosa volesse dire.

Forse non è tutto perduto. Forse potremo continuare a credere nell’unica cosa che ci salva quando coliamo a picco: la possibilità di raccontarci una storia. Nonostante i selfie, l’aesthetic e i Booktok. O forse proprio grazie a loro.

Forse non trovare quella foto è stato un bene. Perché se vogliamo restare tra i felici pochi, dobbiamo continuare a cercarle, le storie. Magari inventandocele, riesumando la nostra adolescenza, o quello che ci sembra ricordare.

Non aspettare che arrivino da una pagina Facebook.

Kiran Desai al Salone del Libro di Torino: amore, solitudine e vent’anni di scrittura

(sembriamo cugine ma posso assicurarvi che non siamo parenti e da quel che so non ho discendenze indiane…)

Vent’anni. Tanto è durato il silenzio di Kiran Desai dopo Eredi della sconfitta, il romanzo con cui nel 2006 vinse il Booker Prize diventando all’epoca la più giovane donna a riceverlo. Vent’anni in cui la critica ha aspettato, si è chiesta, ha quasi smesso di sperare.

Poi, nel 2025, è arrivato The Loneliness of Sonia and Sunny, quasi settecento pagine, una saga multigenerazionale che attraversa India, New York, Venezia e Messico, e che il New York Times ha inserito tra i dieci migliori libri dell’anno. Publishers Weekly lo ha definito un Romeo e Giulietta per il mondo globalizzato. The Guardian lo ha chiamato immensamente umano. In Italia esce questa settimana con Adelphi.

Al centro ci sono Sonia e Sunny — due giovani indiani i cui destini si incrociano e si allontanano, tenuti insieme da una solitudine che non è solo romantica ma politica, storica, generazionale. Una solitudine che Desai conosce bene: quei vent’anni di scrittura solitaria, dice lei stessa, sono tutto il romanzo. Fuori, nel frattempo, non è successo quasi niente.

L’ho incontrata al Salone del Libro di Torino. Questa è la nostra conversazione.

La prima domanda è quasi ovvia, ma necessaria: hai scritto un romanzo di settecento pagine che parla di solitudine attraverso una storia d’amore. Che rapporto c’è tra amore e solitudine?

“Sono quasi i due lati opposti dello stesso desiderio umano. Credo che entrambi questi istinti esistano in noi. Ma quello che volevo davvero esplorare è come la vita moderna, quella che chiamiamo modernità, sia in India che nel mondo occidentale, agisca su questi spazi intimi: l’amore, la solitudine.”

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