Virginia Woolf: la scrittrice che voleva dare voce al tempo – Bookclub Flâneuse #10
Il lungo viaggio che l’ha portata a scrivere Le onde
La complessità delle cose infittisce.
Le onde, Virginia Woolf
Ripartire con un Bookclub è sempre un’avventura, soprattutto quando torno a parlare della mia autrice del cuore. La mia maestra di vita, guru insindacabile che mi ricorda ogni volta che la vita è complessa, faticosa, tende inesorabilmente alla malinconia, ma c’è sempre - forse - una possibilità di tornare alla luce.
Virginia Woolf l’ho raccontata tante volte. In altri bookclub, nel mio libro Colazione al parco con Virginia Woolf, dove mi concentro in particolare su La signora Dalloway.
Nel percorso del Virginia Project dello scorso anno abbiamo riletto insieme molti dei suoi libri. Ma non Le Onde.
Questa è la prima volta che mi sento di affrontare insieme a voi il suo romanzo – da lei preferito – ma più “complicato” (non spaventatevi! è complicato ma bellissimo). Elegiaco, circolare, introspettivo, se vogliamo anche filosofico. Un romanzo da leggere con attenzione ma anche in cui abbandonarsi come sulle onde del mare.
“Le onde è un libro sul tempo - scrive Nadia Fusini, tra le più grandi studiose e traduttrici di Virginia Woolf in Italia - Esso nasce da quella sezione centrale di Al faro, con indomita audacia, la scrittrice si confronta con ciò che di più ostile non potrebbe presentarsi a chi scrive, e cioè il tempo puro, il puro passaggio: quando il tempo non è che pura morte, respiro di vita che scema”.
È un romanzo in cui Virginia Woolf ha voluto dimostrare come in ogni attimo ne siano contenuti molteplici. Come il presente sia in costante connessione con il passato. Come noi che siamo qui adesso, siamo anche stati e saremo, in un continuo fluire, come le onde.
Ci racconta che quello che siamo ha molto a che fare con il nostro pensiero, che va curato, alimentato, nutrito, con il linguaggio, con le relazioni, con la realtà che è fuori di noi, la luce del sole, la bellezza dei tramonti… con la natura che da fuori risuona dentro.
Ci racconta come gli essere umani siano soli - il romanzo è composto da sei soliloqui - ma è attraverso gli altri che crescono, si formano, definiscono la propria identità.
È un romanzo perfetto per l’estate perché entra in connessione con quelle riflessioni che spesso si fanno in estate: dove andiamo, che facciamo, chi siamo stati, cosa siamo diventati, è possibile ripartire.
È possibile tornare a credere in quelli che Virginia Woolf definiva “momenti di essere” quegli attimi in cui il tempo diventa rotondo ed esplode e offre il senso a tutto il resto. Ma l’importante è accorgersene.
Ma per capire Le onde bisogna ripartire da Virginia. E dalla sua storia. Di scrittrice ossessionata dalla scrittura e dal tempo.
Una bambina che scopre troppo presto che tutto finisce
Virginia Woolf nasce il 25 gennaio 1882 a Hyde Park Gate, nel cuore della Londra vittoriana. Il suo nome da nubile è Virginia Stephen e cresce in una famiglia tanto privilegiata quanto complessa. I suoi genitori, Julia Jackson e Leslie Stephen, arrivano al matrimonio dopo aver entrambi conosciuto il lutto. Julia era rimasta vedova del brillante avvocato Herbert Duckworth, morto in un incidente, dal quale aveva avuto tre figli; Leslie, invece, aveva perso la moglie Minny Thackeray, figlia del celebre romanziere William Makepeace Thackeray. Quando decidono di sposarsi, nel 1878, uniscono due famiglie già numerose e avranno altri quattro figli: Vanessa, Thoby, Virginia e Adrian. La casa di Hyde Park Gate diventa così un mondo affollato, in cui convivono fratelli, sorellastre e fratellastri, personalità diversissime e affetti spesso complicati. È un luogo pieno di voci, libri e discussioni, ma anche di gerarchie molto rigide, in cui essere maschi o femmine significa avere destini completamente diversi.
Il padre, Leslie Stephen, è uno degli intellettuali più autorevoli dell’Inghilterra del tempo: storico, filosofo, critico letterario, alpinista, direttore del Dictionary of National Biography. Nella loro casa passano scrittori, studiosi, artisti. Soprattutto, ci sono migliaia di libri. Virginia ricorderà quella biblioteca come il luogo in cui è davvero cresciuta. Se un romanzo la incuriosiva, lo prendeva dallo scaffale. Se voleva leggere i classici greci o Shakespeare, nessuno glielo impediva. Quella biblioteca diventa la sua vera università.
Un’università, però, costruita su una contraddizione. I fratelli maschi potranno andare a Cambridge. Lei e Vanessa no. Sono donne.
Può sembrare un dettaglio, ma per Virginia sarà una ferita che non si rimarginerà mai. Molti anni dopo, quando terrà le celebri conferenze ai college femminili di Cambridge da cui nascerà Una stanza tutta per sé, ricorderà proprio quella sensazione: crescere circondata dalla cultura e, allo stesso tempo, sapere che una parte di quel mondo le sarebbe sempre rimasta preclusa.
Accanto alla figura severa e autorevole del padre c’è quella della madre, Julia Stephen. Bellissima, colta, adorata da tutti, Julia incarna l’ideale vittoriano della perfetta padrona di casa: elegante, instancabile, completamente dedita al marito, ai figli e agli altri. Virginia la ama profondamente, ma crescendo comprenderà anche quanto quella donna straordinaria abbia sacrificato se stessa. Anni dopo dirà di aver dovuto “uccidere l’angelo del focolare”, quella figura femminile che vive soltanto attraverso i bisogni degli altri e che impedisce alle donne di diventare davvero libere.
L’infanzia di Virginia è piena di estati felici (e forse per questo le estati ricorrono così tanto nei suoi romanzi, Virginia Woolf è una scrittrice dell’estate) trascorse a St Ives, in Cornovaglia. La casa affacciata sul mare, le onde, il faro di Godrevy, la luce che cambia durante il giorno diventeranno immagini indelebili della sua memoria. È lì che nasce il suo rapporto quasi fisico con il paesaggio, con il mare, con il tempo della natura. Molti anni dopo quel faro riemergerà trasformandosi nel cuore di Al faro, forse il suo romanzo più autobiografico. Ma quell’infanzia luminosa dura pochissimo.




