Emily Brontë non avrebbe protestato
Tra tradimenti, desiderio e tragedia: perché il “Cime tempestose” di Emerald Fennell funziona proprio quando esagera. Una piccola guida sul romanzo prima di approcciare il film
Un buon adattamento non sostituisce il libro né lo sminuisce. Gli si affianca, lo interroga e, talvolta, lo contraddice. Un film tratto da un grande capolavoro non si giudica quindi in base alla fedeltà, ma in base alla sua capacità di dialogare con l’opera di partenza e di funzionare come opera autonoma.
La visione che forse preferisco è quella di Umberto Eco: una buona trasposizione deve produrre nello spettatore un effetto analogo a quello del testo originale, cogliendone l’essenza, o meglio l’“ossessione” profonda. Le opere sono “aperte” e l’adattamento diventa una delle possibili letture del testo, entro però i “diritti del testo”: si può semplificare e reinterpretare, ma non tradire la struttura semiotica fondamentale dell’opera, il suo nucleo di significati.
Mi sono riportata due capoversi del precedente numero della newsletter in cui ho riepilogato le tendenze più attuali degli Adaptation Studies, per tenerli bene a mente, mentre vi parlo della versione cinematografica – tanto agognata quanto criticata a priori – di Cime Tempestose.
È meglio il libro o il film? – Bookclub Flâneuse Speciale
Cosa dicono gli Adaptation Studies, e perché è la domanda sbagliata da porsi
“Be’, com’è?”. Vi starete chiedendo. Ve lo dico. Ma parto dalla fine. Ovvero da come ho scelto di formulare il mio giudizio.
Sto leggendo di tutto, da appellativi come Barbie Brughiera a chi grida allo scandalo invocando il dio della letteratura e immaginandosi Emily infuriata che inizia a vagare per lo Yorkshire con il suo fantasma inseguendo Emerald Fennell per fargliela pagare.
Io invece penso che Emily sarebbe contenta. Anzi credo che se la stia ridendo di gusto. Perché la regista londinese, classe 1985, non ha girato un “tributo” polveroso a un romanzo vittoriano (che nessun editor oggi approverebbe, le direbbero tutti: taglia la seconda parte!), ma lo ha reso vivo, contemporaneo, visivamente vivido e ha provato a fare ciò che il romanzo aveva fatto tanti anni fa: scandalizzare.
Rendendo evidenti dettagli che a noi contemporanei forse sfuggono abituati come siamo a giustificare con la polvere del tempo gli eccessi: quei due crescono come fratelli… e poi si amano follemente, come in uno specchio narcisistico in cui il grido di “Io sono Heathcliff” evidenzia quello a cui la psicoterapia sarebbe arrivata molti anni dopo: se tu ami l’altro perché è un tuo specchio, non potete fare altro che rompervi fragorosamente.
Certo, anche io sono rimasta perplessa di fronte a più di un tradimento del romanzo che forse non era poi così necessario. Perché eliminare Hindley? Perché cambiare il finale? Perché non mettere almeno uno spunto della seconda parte del romanzo che porta una ventata di positività in quella tragedia della vendetta che è Cime Tempestose almeno per tre quarti di romanzo?
Mi sono divertita però a inseguire gli eccessi: Trushcross Grave trasformata nella corte di Maria Antonietta, Wuthering Heights resa un terribile tugurio, la brughiera che diventa il set delle fantasie erotiche più selvagge. Ma siamo sicuri che non fosse così anche nell’idea di Emily?
Fennell taglie, sceglie, orienta il suo racconto. Da appassionata lettrice che si è creata una sua personale visione di un romanzo molto più attuale di quello che crediamo. È la quintessenza dell’idea di amore tossico per come oggi lo definiamo, forse un po’ come Romeo e Giulietta e proprio lì lei va a parare, citandolo e ricitandolo e traghettando la storia verso un finale shakespeariano – che può piacere o non piacere ma di certo è coerente.
C’è qualcosa che non mi ha convinto? Sì parecchie cose. A partire dagli attori. Margot Robbie l’ho trovata bravissima – altroché Barbie, a parte che era brava anche in Barbie… – ma purtroppo la sua età anagrafica seppure giustificata nel film (la vogliono fare apparire come una vecchia zitella, cosa che nel romanzo non è per niente) rende questa sua follia amorosa troppo estrema. Jacob Elordi l’ho trovato più convincente nel mostro di Frankenstein e nella prima parte del film, poi gioca troppo a fare il bel tenebroso non cambiando mai espressione… (ma comunque si fa guardare).
E alla fine Heathcliff ne esce un po’ meglio che nel romanzo, dove lo incontriamo sin da subito, nelle prime pagine, come un vecchio dilaniato dalla sua sete di vendetta. Il rischio “eroe romantico” viene sfiorato insomma.
E poi certo, c’è il tema dell’etnia. Nel romanzo sicuramente il fatto che lui sia di origini rom (Emily Bronte usa gipsy, non è detto che lo fosse come etnia) ha un ruolo importante (anche se mai del tutto esplicitato, Cime tempestose non è un romanzo sociale come Jane Eyre, è un romanzo di poesia e fantasia, di fantasmi, di horror e di paura), altrettanto lo ha – e nel film c’è – il fatto che non sia figlio legittimo ma un servo.
Quello che mi ha convinta è stato riportare sui corpi e sulle sensazioni l’essenza del romanzo, che Bronte solo accennava. Nel film il tema del desiderio è fortissimo, pure troppo alcuni dicono. Ma di certo la regista è bravissima a far sentire agli spettatori il peso e l’angoscia dell’amor fou. Ma anche la tensione sensuale che nel romanzo non viene mai espressa (e nel film sì, parecchio…). Quell’amore senza senso, proibito e corrosivo che nasce nell’infanzia come qualcosa di puro e viene a mano a mano contaminato dalla società.
Quindi torniamo all’inizio, che ora è diventata la fine. Perché “Cime tempestose” – con le virgolette – mi ha convinta? Perché mi ha fatto provare le stesse sensazioni che provo a leggere il romanzo: rabbia, nervosismo, inspiegabilità di certe scelte. I personaggi sembrano dei pazzi come nelle tragedie di Shakespeare. Heathcliff è un bruto, un cattivo, un Byronic hero (più sotto spiego perché e come), che fa cose terribili a Isabella che manda lettere disperate al fratello per essere salvata. Certo non la lega come un cane come nel film, ma non ci è andato poi così lontano.
I personaggi sono tutti odiosi, quanto non ho mai sopportato Catherine Earnshaw fa quasi il pari di quanto ho amato Jane Eyre. Ed è vero lei è egoista, narcisista, petulante un po’ come Rossella O’Hara. Ma che meraviglia un personaggio femminile così! Nato da una penna vittoriana in un’epoca in cui gli unici valori assegnati ad una donna erano la bontà, la purezza e la castità.
Cathy è impudica, cattiva, sposa Linton solo per i soldi, si innamora del fratellastro, sogna di farci le peggio cose (che nel film fa). Non vuole il figlio che ha in grembo. Si autoammala d’amore rifiutando ogni cura – come fece Emily quando si ammalò.
Nemmeno Nelly si salva… narratrice del romanzo, che nel film diventa dama di compagnia e confidenze di origini asiatiche (così Fennell ha voluto forse recuperare il tema razziale) in certi momenti vorresti entrare tra le pagine e scuoterla… chiederle: ma perché non li hai salvati?
Fennell prende tutte queste sensazioni e le porta all’eccesso in un film dall’altissima qualità estetica, con musiche contemporanee, mood contemporanei, che però, almeno a me, non ha mai fatto l’effetto Bridgerton o quella schifezza di trasposizione di Persuasione con Dakota Johnson.
Ha seguito quello che, a mio avviso, è l’anima di Cime tempestose: un romanzo eccessivo, scandaloso, urlato. Dove i sentimenti sono esagerati e portano e reazioni esagerate. Dove lo scontro tra natura e società genera mostri.
Andate a vedere il film, commentatelo, ridete (ci sono parti anche molto divertenti… soprattutto nei ritratti di Isabella ed Edgar), piangete – eh sì, si piange molto in questo film. Criticatelo anche. Ma poi riprendete il romanzo e rileggetelo, perché Emily Bronte, una ragazza vittoriana cresciuta solitaria nella brughiera, ci aveva messo in guardia tutte: quando l’amore passa dall’identificazione e dal delirio, diventando ossessione e vendetta, può solo portare alla perdizione.
E in tutto questo tourbillon di red carpet, abiti da urlo, gioielli vittoriani, riesumazione dei bracciali da lutto di Charlotte Bronte portati sotto i flash dei fotografi, la meraviglia del marketing e del cinema è che ha riportato l’attenzione ad un romanzo che oggi tutti brandiscono e difendono sui social.
E questo non potrebbe che rendermi felice.
PICCOLA GUIDA SUL ROMANZO PRIMA DI APPROCCIARE IL FILM
(per il resto troverete tutto nell’approfondimento che manderò la prossima settimana riservato solo agli abbonati; ricordo che il romanzo del Bookclub di Febbraio/Marzo è proprio Cime Tempestose)
“Cime tempestose è un’opera rude e strana; e come tale doveva apparire. È un libro in cui la luce e l’ombra si alternano con bruschezza; in cui la passione è portata a un grado eccessivo; in cui le figure non sono levigate né addolcite per piacere al lettore […] L’autrice non intese mai offrire un quadro della vita quale dovrebbe essere, ma quale è, talvolta, nelle sue forme più cupe e violente.” - Charlotte Bronte
Partiamo da qui: Cime tempestose non è una storia d’amore struggente. È vendetta. Heathcliff, orfano umiliato e disprezzato, perde Catherine quando lei sceglie di sposare il ricco Edgar Linton. Dedica il resto della sua vita a vendicarsi di tutti: tortura la moglie Isabella, rapisce, manipola, gode della sofferenza altrui. È un mostro, non un eroe romantico. Catherine non è da meno. Egoista, capricciosa, sposa Edgar per i soldi pur sapendo di amare Heathcliff. Quando il conflitto diventa insopportabile, smette di mangiare, delira, si lascia morire. “Io sono Heathcliff” — la frase più romanticizzata di sempre — è in realtà l’ammissione che non può esistere come persona autonoma. Si annulla completamente nell’altro. Noi scopriamo tutto questo attraverso un gioco di scatole cinesi narrative. Lockwood, gentleman di città, arriva alla brughiera e incontra un Heathcliff ormai vecchio e consumato. È Nelly, la domestica, che racconta cosa è successo attraverso flashback infiniti, voci che si sovrappongono. Più entri nella storia, più ti senti smarrito. Il romanzo si svolge quasi tutto tra due case: Wuthering Heights (cupa, selvaggia) e Thrushcross Grange (elegante ma gabbia dorata). La brughiera è l’unico spazio di libertà dove Catherine e Heathcliff bambini correvano senza differenze di genere o classe. Ma quella libertà è impossibile da riportare nel mondo degli adulti.
C’è poi la seconda generazione — i figli che rappresentano una possibilità di redenzione, un amore più sano. Fennell li taglia del tutto, scegliendo solo la distruzione. A condire tutto la sensualità, di cui tanto si è discusso. Fennell la mostra esplicitamente — uova rotte, pesche, corpi che si divorano — costruendo una grammatica erotica femminile per dire ciò che Emily poteva solo suggerire. In fondo è il desiderio carnale e animalesco che guida le scelte scellerate di Catherine. Ma il dettaglio più importante — quello che rende Cime tempestose unico — sono i fantasmi (eliminati dal film!!). Catherine e Heathcliff si toccano davvero solo da morti, quando i corpi non contano più e due emarginati possono finalmente scorrazzare liberi nella brughiera.
Forse Emily, con i suoi fantasmi, fu di certo la più scandalosa.
Da dove nasce questa storia? Perché tutto questo dolore? Che cosa voleva davvero raccontare Emily?
Lo scopriremo negli approfondimenti letterari del Bookclub (solo per gli abbonati)…
Buone letture. E a presto,
Marta







Qualche anno fa mi sono infognata a leggere del rapporto strettissimo, pare morboso, tra Emily e il fratello Branwel. Sicuramente ci sono poche fonti certe rispetto alla storiografia, ma mi incuriosisce che non venga mai citato in relazione a "Cime tempestose". La continuità non mi sembra casuale.
Io di Persuasione (film) ricordo molto bene la bellezza di lui 😅. Sempre interessanti le tue nl. Grazie 🔝