Flâneuse di Marta Perego

Flâneuse di Marta Perego

Frankenstein di Mary Shelley: il mostruoso materno, la politica e la responsabilità – Bookclub Flâneuse #2

I mille significati di un romanzo che forse non ne ha cercato neanche uno

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Marta Perego e NightReview
gen 15, 2026
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L’uomo era dunque così potente, così virtuoso e magnifico, eppure allo stesso tempo così vile e basso?


Frankenstein è un romanzo composito, complesso e profondamente stratificato, che fa convivere dentro di sé moltissime tensioni. È il romanzo – come ho raccontato nel precedente approfondimento – di una ragazza di diciotto anni alla sua prima vera e propria prova letteraria, e che non nasconde i limiti e le meraviglie di un esordio.

Mary Shelley e i suoi mostri – Bookclub Flâneuse #1

Marta Perego e NightReview
·
December 14, 2025
Mary Shelley e i suoi mostri – Bookclub Flâneuse #1

Guardiamo in faccia i nostri fantasmi. Accogliamo la paura, perché è forse proprio da lì che può nascere la trasformazione

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È un testo attraversato da energie, pulsioni e domande profonde, anche nella versione che leggiamo oggi, rielaborata da una Mary Shelley più adulta e consapevole nel 1831. È allora che l’autrice firma per la prima volta la prefazione con il proprio nome, un gesto che, nella società inglese di inizio Ottocento, aveva qualcosa di dirompente: una donna che rivendica la paternità – anzi, la maternità – di un’opera che nessuno avrebbe immaginato potesse nascere dalla mente di una ragazza. Eppure, nonostante le revisioni, il romanzo conserva intatta la sua forza originaria. Rimane un libro capace di parlare subito a chi lo legge perché non cerca di risolvere le contraddizioni che mette in scena, ma le abita. Quelle dell’essere umano, della società, del confine instabile tra vita e morte; quelle tra creazione, paura e responsabilità. Frankenstein procede così, in equilibrio costante tra posizioni opposte, senza offrire soluzioni definitive. Forse un po’ come la vita.

Illustrazione dalla copertina interna dell’edizione del 1831

In Frankenstein convivono temi apparentemente in contrasto che però magicamente si amalgamano. Perché nonostante oggi viviamo una contemporaneità fatta di messaggi polarizzati, di bianchi e neri, di post di Instagram scritti con ChatGPT e quindi tutti omologati, l’essere umano è fatto più di sfumature che di netti contrasti. Frankenstein è un romanzo che trasfigura in un’epopea fantascientifica il dolore di quello che siamo: esseri fragili, capaci di cose grandiose e, allo stesso tempo, di atti terribili e infimi. Esseri finiti che fanno di tutto per dimenticare di esserlo, nascondendosi dietro alla scienza, al progresso, alla costante corsa della società capitalistica occidentale che, quando Mary scrive, era nel bel mezzo della Rivoluzione Industriale.

In Frankenstein c’è una critica alla scienza e alla fede scellerata nella tecnica, ma anche un inno alla curiosità e al desiderio umano di superare i propri limiti – incarnati da Victor, oltre che dal capitano Walton, personaggio di cui nessuno parla mai ma che è forse l’unico che può salvarsi davvero.

C’è una riflessione sulla natura, che è meravigliosa ma anche malefica. Che può dare tutto e allo stesso tempo togliere.

C’è un’ode nei confronti della conoscenza e della bellezza del sapere, ma Mary Shelley mostra anche i limiti e i risvolti oscuri dell’avere consapevolezza di sé e della propria identità.

C’è una riflessione sul materno, che per la prima volta viene inserito in un’opera letteraria, svelandone i lati più contraddittori, un materno raccontato come spazio ambiguo, oscuro, attraversato da paura e responsabilità.

Chi mi segue su Instagram sa che sto scrivendo questa newsletter in un momento molto particolare della mia vita. E datemi della fatalista, ossessionata dalla sincronicità junghiana, ma il fatto che abbia riletto e mi stia occupando di Frankenstein proprio nelle settimane in cui mio padre ha subìto un intervento gravissimo lottando per la sua vita, mi fa pensare che le cose forse non accadono mai per caso.

È stato un momento in cui ho sentito in maniera fortissima quanto la scienza sia una conquista straordinaria per l’umanità, ma non sarebbe nulla se non accompagnata dallo spirito, dall’empatia, dalla vicinanza umana. Mio padre è stato salvato dai progressi che la medicina ha compiuto, dalla competenza dei medici e chirurghi a cui io e la mia famiglia saremo eternamente grati, ma anche dall’affetto, dalla vicinanza, dalla fede (fatemi usare questa parola nell’accezione meno evangelica del termine, ma più umanistica: per me lo spirito nasce dalla vicinanza delle persone, dall’amore che resiste al tempo e alla morte) che ci ha sostenuti in un momento di estrema criticità.

Frankenstein è un romanzo che nasce dal dolore di una ragazza consapevole che la sua vita ha causato la fine dell’esistenza dell’essere che l’ha generata. È una diciottenne che aveva già vissuto delle gravidanze e la perdita di una figlia neonata. Una donna che ha visto la sorella togliersi la vita forse anche per causa sua (leggi qui).

È una madre che è stata schiacciata dal terrore di diventare madre, dalla responsabilità nei confronti dei figli, dalla disperazione di perderli. Ci sono studiose, come Ellen Moers, autrice di Literay Women: The Great Writers (1976) che hanno visto in Frankenstein non solo il racconto del mito della maternità, ma anche una trasfigurazione del post parto.

La scena della creazione è potente, ma ciò che segue è ancora più terribile: Frankenstein fugge e abbandona il neonato. È qui che il romanzo diventa più interessante e, direi, più femminile: nel disgusto verso la vita appena nata e nel senso di colpa, paura e fuga che circondano la nascita. Gran parte del romanzo racconta la punizione inflitta al creatore e alla creatura per una cura infantile mancata.

La letteratura ha spesso celebrato le reazioni materne felici: estasi, amore, senso di compimento. Ma Mary Shelley mostra l’altro lato: paura, depressione, rifiuto. Frankenstein insiste non sul parto, ma sul dopo: sul trauma del post-partum.

Mary Shelley non costruisce un’opera a tesi. Frankenstein è piuttosto un campo di forze, un romanzo che mette in scena conflitti irrisolti e domande scomode ed eterne. Attraverso un genere, si interfaccia con le paure e le domande più profonde degli esseri umani: perché viviamo? Perché moriamo? È possibile sconfiggere la morte?

Mentre camminavo in quel corridoio dell’Ospedale San Gerardo di Monza, avanti e indietro in preda a quella sospensione carica di angoscia che solo chi ha vissuto – e spero che nessuno lo viva mai – può capire, ho pensato anche a Mary Shelley. Al suo desiderio di trovare un senso al dolore con l’unica arma a sua disposizione: la scrittura. Non trovarlo, costruirgli intorno una storia fantastica, di viaggi e inseguimenti, lotte e risvolti orripilanti.

In questo scenario, l’unico senso che sembra possibile è uno: non rimanere soli. Continuare a credere nell’empatia, nella connessione umana, nella ricerca di comprensione e ascolto anche quando tutto sembra negato. Credere nella cultura come strumento di emancipazione, pur sapendo che la conoscenza – come Mary Shelley aveva imparato anche attraverso il pensiero della madre, Mary Wollstonecraft – può portare con sé una dolorosa consapevolezza: quella di essere considerati diversi, inferiori, privi di pieni diritti per ragioni che nulla hanno a che fare con la natura. Per Wollstonecraft erano le donne; in Frankenstein, la Creatura vive una condizione analoga. Nei capitoli centrali del romanzo è esclusa, rinnegata e isolata come un “secondo sesso”, respinta non per ciò che è interiormente, ma per ciò che rappresenta agli occhi della società.

È un romanzo che usa il genere – forse inconsapevolmente – per giocare con la paura e risvegliare gli esseri umani da un destino inscritto nella società che loro stessi hanno creato: isolarsi, odiarsi, vivere di rancore e solitudine.

E tutto questo, più di duecento anni dopo, suona ancora terribilmente attuale.


William Godwin e il sottofondo politico del romanzo

Per comprendere Frankenstein è necessario partire dal contesto in cui Mary Shelley cresce. William Godwin, suo padre, non è un genitore qualunque, ma uno degli intellettuali più discussi e influenti del suo tempo. Filosofo, saggista, pensatore politico, Godwin è oggi ricordato come uno dei fondatori dell’anarchismo moderno.

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