Le illusioni di Middlemarch – Bookclub Flâneuse #8
Il romanzo delle vite ordinarie e delle delusioni annunciate. Di matrimoni, illusioni perdute, luoghi che definiscono quello che siamo. E di vita adulta che può – però - essere riscritta
Care e cari, benvenute e benvenuti a questa nuova newsletter del nostro Bookclub.
Questo è il secondo approfondimento dedicato a Middlemarch. L’incontro in cui ne parleremo insieme sarà giovedì 18 giugno alle ore 20 (il link arriverà via email, come sempre), e sarà riservato agli abbonati (che sostengono questo progetto e il mio lavoro, grazie!).
Il romanzo è lungo, e se non lo avrete finito, non sarà un problema. Condurrò anche un’attività filosofica sul tema dell’età adulta, delle illusioni perdute, sul rapporto con i luoghi che abitiamo e su come non trasformarci in adulti che aspettano la morte (citazione del romanzo), ma rimanere esseri desideranti e continuamente formatori di senso. Sarà bello!
Chiunque osservi con attenzione la convergenza furtiva dei destini umani, scorge una lenta preparazione di effetti che una vita esercita su un’altra - George Eliot, Middlemarch
C’è un momento preciso, in quella che siamo soliti definire “la vita adulta”, in cui ti rendi conto che molte delle storie che ti raccontavi su te stessa, quando eri “più giovane”, non erano vere. Non si tratta di bugie deliberate, bensì (spodestando il sommo poeta Leopardi o Schopenhauer che in fondo hanno detto la stessa cosa) illusioni necessarie, fatte di quel materiale con cui costruiamo la nostra identità quando non si ha ancora abbastanza mondo, conoscenza, vita – e direi anche delusioni – per sapere come si è davvero. Poi arriva il momento della resa dei conti. Arriva lentamente, come succede a Dorothea Brooke, non in un’unica scena drammatica, ma in una serie di risvegli piccoli e inesorabili, ciascuno dei quali cancella pezzetto per pezzetto le illusioni che ci siamo create. E così quelle ragazze coraggiose e ribelli che abbiamo sognato di essere lasciano il posto alla realtà: al tempo che stringe, alle incombenze famigliari, al lavoro che richiede ore, stanchezza, arrabbiature. Ai figli, al mutuo, alle vacanze nei family hotel. Ed è così che allo specchio, un giorno, quello sì che accade più o meno all’improvviso, non vedi più quella ragazza ricoperta dal suo alone di possibilità, ma una donna che – citando Mary Ann Evans – si ritrova ad aspettare la morte.
Va bene, può sembrarvi un quadro brutale, ma è la realtà raccontata da Middlemarch che, a differenza di molti romanzi, cerca di entrare nelle pieghe del vero delle vite umane senza sentimentalismi. Ma, senza sentimentalismi, offre anche una speranza. Perché quella signora che aspetta la morte, non ha sepolto del tutto la ragazza che sognava in grande. Si è solo lasciata assuefare dagli specchiere. E dalle storie che le hanno raccontato – e che si racconta da sola.
Middlemarch è il romanzo dei risvegli. È il romanzo della provincia, delle vite ordinarie, delle ambizioni che si incrinano contro la realtà. È il romanzo di chi voleva fare grandi cose e ha imparato che farne piccole, ma bene, forse è meglio. È un romanzo che trasforma, se non cerchi conferme, ma nuove possibilità di sguardo.
E che è stato scritto da una donna che di vite, ne ha vissute, come vi ho raccontato nello scorso approfondimento, più di una.
George Eliot: la scrittrice che ha sovvertito il suo destino – Bookclub Flâneuse #7
Middlemarch è il romanzo della vita adulta scritto da una donna che di vite ne ha vissute più di una. Cerco di raccontarvele tutte
La letteratura vittoriana: qualche coordinata
Per capire davvero Middlemarch bisogna prima capire il mondo da cui proviene. Non perché il romanzo sia prigioniero del proprio tempo, ma perché è uno di quei libri che riescono a trasformare un’epoca storica in qualcosa di molto più grande: una riflessione sulla natura umana. Eppure, prima di diventare questo, Middlemarch è anche un prodotto dell’Inghilterra vittoriana, con tutte le sue tensioni, le sue contraddizioni e le sue promesse mancate.
Quando pensiamo a questo periodo storico tendiamo spesso a immaginare un mondo ordinato: case eleganti, salotti impeccabili, rigide regole morali, una fiducia apparentemente incrollabile nel progresso. Ma basta guardare un po’ più da vicino perché quell’immagine cominci a incrinarsi. L’Inghilterra che si sviluppa sotto il lungo regno della regina Vittoria, dal 1837 al 1901, è un paese attraversato da trasformazioni enormi. È il secolo delle ferrovie, delle fabbriche, della crescita economica, dell’espansione coloniale. È il momento in cui la modernità prende forma. Ma è anche il secolo delle disuguaglianze profonde, della povertà urbana, dello sfruttamento del lavoro e di una struttura sociale che continua a distribuire privilegi e opportunità in modo estremamente selettivo. È un’epoca che parla continuamente di progresso, ma che teme ogni cambiamento reale.
Questo paradosso emerge in modo particolare nella condizione femminile. Le donne delle classi medie e alte ricevono un’educazione accurata, ma limitata. Possono studiare musica, francese, disegno, buone maniere. Devono diventare piacevoli compagne, mogli rispettabili, madri devote. Ciò che viene sistematicamente negato loro è la possibilità di costruire un’esistenza autonoma. L’intelligenza è ammessa, purché non diventi indipendenza. L’ambizione è tollerata, purché rimanga confinata entro i limiti della famiglia.
È in questo contesto che nasce la cosiddetta “questione femminile”, quel lungo dibattito culturale e politico che attraverserà tutto il secolo. Le donne iniziano a chiedere accesso all’istruzione, alla professione, alla vita pubblica. Ma il sistema continua a ripetere loro che il vero compimento coincide con il matrimonio.
Dorothea Brooke nasce precisamente dentro questa contraddizione. E, in un certo senso, tutta Middlemarch nasce da questa contraddizione.






