Mala tempora currunt sed libri&film tenemus
Da Stefania Auci a Nouvelle Vague, il nuovo romanzo di Mieko Kawakami e altre cose belle per illuminare il buio
Care e cari,
bentrovati a questa newsletter.
Sono passate due settimane dal primo approfondimento su Cime Tempestose, sembrano lontani i tempi in cui abbiamo avuto il lusso di litigare su Heathcliff e Catherine, di ragionare sul senso dell’amore e del possesso, di stare dentro i libri e ai film come se fossero qualcosa di estremamente urgente e importante, e che il mondo fuori per una volta ci stesse ad ascoltare.
C’è stato Sanremo, estremamente sottotono, come siamo un po’ sottotono noi, forse (è questo che mi interessa di Sanremo, l’essere lo specchio della contemporaneità, e questa contemporaneità non mi piace per niente). Ha vinto una canzone che offre una visione dell’amore fusionale e stereotipata, quella cosa in cui uno dei due si annulla nell’altro, una canzone terribile dal mio punto di vista, che ad alcuni è piaciuta perché forse può apparire superficialmente “leggera”, adatta a questi tempi bui, in cui l’unico desiderio che abbiamo è provare a spegnere il cervello, l’interruttore, cantare a squarciagola e sentirci sollevati. Accussì. Sarà per sempre sì. Ma i mala tempora currunt sempre di più, si fanno sempre più oscuri, e non basta una canzone, piuttosto bruttina, a farceli dimenticare. Anzi. Al mio orecchio rende ancora tutto più drammatico.
C’è la guerra. Ogni giorno un’escalation, ogni giorno qualcosa di nuovo e di enorme che arriva sul telefono e si deposita da qualche parte. Dentro di noi, fuori di noi. Nel nostro inconscio sempre più spaventato.
Mi faccio sempre la stessa domanda in questi momenti: io che diamine faccio? Mi occupo di libri, di film, non ho analisi geopolitiche da offrire, non ho informazioni che non abbiate già. Posso solo dirvi che mi sento molto impotente, e che l’unica cosa che so fare è quella che faccio sempre: consigliarvi qualcosa da leggere e da guardare.
In questo periodo mi sono sentita un po’ come Carol, la protagonista di Pluribus, la nuova serie di Vince Gilligan su Apple TV+, con la straordinaria Rhea Seehorn che sto recuperando in queste settimane. Carol è una delle pochissime persone al mondo rimaste immuni a un virus alieno che ha fuso l’umanità in una mente collettiva: tutti felici, tutti insieme, nessun dubbio. Carol no, Carol è ancora sé stessa nella sua individualità, e questo la rende un’anomalia pericolosa. C’è qualcosa in quella condizione — essere l’unica a non sentirsi parte di un flusso condiviso — che in questo periodo mi risuona più di quanto vorrei ammettere.
Gli alieni sono gli altri. O forse sono io.
O forse quando le cose si fanno complicate il nostro cervello smette di voler capire.
Gelida gelida gelida paura come canta Fulminacci.
E di cose che mi fanno paura ce ne sono parecchie: la guerra, Trump, la gente che mi insulta sui social senza sapere chi sia solo perché dico che la canzone di Sal Da Vinci non mi piace, la tendenza a non ragionare più, a vivere di tifoserie per influencer, cantanti, cose che si dicono. Idolatria che si trasforma in odio senza contorni quando i miti cadono, all’improvviso. I like si trasformano in shitstorm. Il bianco diventa nero, senza passare per il grigio.
A me piacciono i grigi. Le sfumature. Sono una donna del ‘900 catapultata in un’era di polarizzazioni pericolose.
A volte tutto questo mi fa venir voglia di prendere un jet e andare lontano- lontano dove, chi lo sa, gli spazi aerei sono nel caos, sembra davvero di essere in gabbia.
A volte mi fa venire voglia di continuare a combattere. Per la cultura, per i libri, per lo spazio di approfondimento, per la capacità di immaginare perché tolta quella che ci rimane?
Solo la realtà, solo il presente. Solo l’impossibilità di riscrivere il nostro futuro.
(metto una foto di Jacob Elordi che partecipa al nostro Bookclub per tirarci su il morale)
E ora veniamo a noi. Ai libri e ai film di queste settimane
Stefania Auci — L’Alba dei Leoni
La settimana scorsa ho fatto una diretta con Stefania Auci, e come sempre mi sono ritrovata ad annotare cose su cose. L’Alba dei Leoni che racconta i Florio alle origini, nel Settecento calabrese, nasce quasi per caso: voleva scrivere una novella, poi ha visto le riprese della serie televisiva e si è detta: aspetta, questa storia la scrivo per davvero.
Le fonti che non ci sono
Quasi nessuna immagine di Bagnara Calabra prima del terremoto del 1783, nessuna chiesa rimasta in piedi, persino il Palazzo Ducale è sprofondato nel suolo. Stefania ha costruito un mondo intero partendo da atti catastali e documenti di matrimonio. I Florio, prima di diventare i Florio che conosciamo, erano una piccola famiglia di fabbri di cui la Storia ha lasciato ben poco negli archivi
La paternità come tema ossessivo
Padri biologici, padri spirituali, padri che tradiscono, padri che insegnano senza mai dichiararsi tali. Paolo e Ignazio bambini, col terremoto dentro, che per tutta la vita proveranno a ricostruire una famiglia perduta. La loro ambizione, dice Stefania, non è solo fame di successo, è fuga dai propri fantasmi.
Scrivere con la testa di un’altra epoca
Per molto tempo si accorgeva di scrivere Rosa, la madre, con la testa di una donna del 2024. Una donna calabrese del Settecento non aveva letto Woolf, non aveva fatto terapia, non aveva nemmeno il concetto che il suo corpo le appartenesse. Il momento in cui ha smesso di proiettare, il personaggio è finalmente arrivato.
La scrittura come fatica — e la gratitudine
Stefania non è il tipo da un romanzo all’anno, e non se ne scusa. Alcune parti riscritte moltissime volte, spinte dalla sua editor Cristina Prasso — l’unica che può cazziarmi in maniera impietosa, dice ridendo. E poi i ringraziamenti, quasi un libro nel libro: per lei significa riconoscere che il merito non è mai di una persona sola. Ti ho visto, dice. In un settore in cui vince il mito dell’autore solitario, trovo che sia una cosa rara e necessaria.
La diretta è salvata, la trovate qui:
LIBRI SUL COMODINO & FILM DA VEDERE
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LE SORELLE IN GIALLO — Mieko Kawakami
Dopo Seni e uova ero pronta a innamorarmi di nuovo di Kawakami, e questo libro non mi ha delusa.
Un romanzo sul presente, sul passato, sui misteri che avvolgono l’incoscienza della gioventù. E su Tokyo, notturna, ammaliante e pericolosa.
La storia è quella di Hana che cresce senza padre e con una madre incapace di prendersi cura di qualcuno, in un appartamento minuscolo alla periferia di Tokyo. Poi incontra Kimiko un’adulta che parla la lingua dei giovani, che per la prima volta le manifesta affetto e interesse o per lo meno finge di farlo. Insieme aprono un locale, che si chiama Lemon, come il limone, come il giallo che è contenuto nella radice del nome Kimiko che indica il suo attaccamento al denaro. O forse una luminosità che può trasformarsi in pericolo.
Vent’anni dopo (è qui che si apre il romanzo) Hana, a 40 anni, sentirà parlare ancora di Kimiko in un trafiletto di un articolo di cronaca letto su internet, e lì capirà che il suo passato, la sua giovinezza, quelle scelte fatte con incoscienza andando incontro ad una speranza che però faceva rima con crimine…devono essere rilette…
Un romanzone che si legge in un soffio quasi come un giallo (come il colore della copertina), ma diventa un’indagine sentimentale e personale. In cui tutti in qualche modo possiamo riconoscerci.
E poi si parla di Giappone, di ramen, di Shibuya, bento box. Non il Giappone da copertina o Perfect Days, ma il suo contraltare più contemporaneo e rotto. Ma già questo di per sé mi fa volare.
Nel 2024 ha vinto lo Yomiuri Prize for Literature, il premio letterario più prestigioso in Giappone.
TRE NOMI — Florence Knapp
Questo è uno di quei libri che ti fanno venire voglia di chiamare qualcuno e dire devi leggerlo subito.
Il punto di partenza è semplice, quasi banale: una madre deve dare un nome al figlio appena nato. Il marito vuole Gordon, il nome di famiglia, il nome del padre, il nome che si impone. Ma lei esita.
Knapp immagina tre scenari paralleli: tre nomi diversi, tre vite diverse, tre versioni della stessa donna. Perché un nome non è mai solo un nome, può essere libertà o gabbia, amore o sopraffazione.
Da mesi è in cima alle classifiche inglesi, i librai lo hanno scelto come libro dell’anno, e capisco perfettamente perché. C’è qualcosa in questo romanzo che ti costringe a fare i conti con le tue scelte… anche quelle che hai fatto senza renderti conto di quanto pesassero. (tipo il nome di mio figlio???)
NON SCRIVERE DI ME — Veronica Raimo
Una delle cose che amo di più della letteratura è la capacità di rimanere sulla soglia. Quelle sfumature di cui parlavo prima, che vedo sempre meno nei romanzi in cui c’è una rincorsa all’urgenza dello spiegone, come se il confine tra divulgazione e narrazione si facesse sempre più labile. Ecco nel romanzo di Veronica Raimo siamo nel territorio della sfumature, di quello che si può dire solo giocando con il dubbio e con il valore contraddittorio dei sentimenti e delle parole. Mi ha ricordato molto il film Sorry Baby. Si parla d’amore, di ossessione, di violenza. Di quanto certe fratture della vita ci blocchino e di come noi siamo gli unici responsabili del tasto Pause. Purtroppo.
I FILM
Film Flaneuse del mese è senza dubbio Nouvelle Vague di Richard Linklater
NOUVELLE VAGUE — Richard Linklater
Il modo migliore per criticare un film, è farlo - Jean Luc Godard
Dimostriamo che il genio non sia un dono, ma una soluzione che si inventa in casi disperati - Jean Paul Sartre
Era il 1993 o forse il 1994, io ero in quarta o quinta elementare e la mia maestra, quella pazza, ha organizzato la visione de I 400 colpi di Truffaut per una classe di bambini. Non so se fosse una scelta pedagogicamente ortodossa, ma so che qualcosa in me si è rotto o forse riparato in quel momento. Ho scoperto il cinema, la possibilità di raccontare le storie in maniera diversa dai cartoni animati della Disney. Ho scoperto che potevo annoiarmi, non capire una cippa di un film in b/n e poi magicamente sentirmi coinvolta, diversa, identificarmi. Lì ho scoperto la Nouvelle Vague che avrai recuperato anni dopo, tra l’adolescenza e l’università perché io donna del ‘900 sono cresciuta in un’epoca storica in cui guardare indietro non pareva un reato, ma qualcosa da conoscere per capirsi meglio e traghettare il proprio destino. E di certo i giovani gioiosi geni francesi raccontatori di storie di libertà e rivoluzione erano da vedere, studiare, appendere in camera.
Quindi capirete perché questo film mi ha fatto un effetto particolare.
Linklater (genio del cinema americano indipendente) racconta i 20 giorni di lavorazione di Fino all’ultimo respiro con un atto d’amore al cinema che non ha nulla di snob o di museale.
Siamo nella Parigi del 1959. Godard ha ventinove anni e si sente vecchio e in ritardo (maddai, non è poi così nuova questa sensazione di sentirsi in ritardo che ogni generazione pensa di provare per la prima volta..) è rimasto indietro rispetto ai colleghi dei Cahiers, Truffaut, Chabrol, Rivette, Rohmer hanno già un film alle spalle, e si butta a capofitto nel suo esordio con quella tipica hybris dei giovani che vogliono riscrivere le regole.
Quello che mi ha stupita è che il film riesce a fare due cose insieme che sembrano impossibili da conciliare: la semplicità del racconto e la profondità del pensiero-cinema. Non è mai una lezione. Eppure dentro quei 20 giorni di set c’è tutto… Godard, il movimento, e una Parigi che è essa stessa un set a cielo aperto: Jean-Pierre Melville che sceglie le pistole, Bresson che gira Pickpocket nella metropolitana.
E poi c’è Zoey Deutch nei panni di Jean Seberg che è semplicemente perfetta.
In bianco e nero, in francese, esce in pochissime sale purtroppo. Andate a cercarlo.
(Per ricreare la scena dei Champs-Élysées sono stati necessari oltre 300 interventi di effetti visivi. Sessantacinque anni di cambiamenti urbani da cancellare, fotogramma per fotogramma.)
LA SPOSA di Maggie Gyllenhaal
“Tutte abbiamo una Mary Shelley nella testa che ci spinge a fare ciò che ci spaventa. Nel romanzo, il mostro è tale a causa della solitudine. Chiede amore. Nel nostro film, la Sposa e Frank imparano a stare in una relazione vera, pericolosa, dove tutto viene visto - soprattutto la parte mostruosa”- Maggie Gyllenhaal
Al momento in cui scrivo non ho ancora visto questo film, che si ispira a Mary Shelley e al film del 1935. Apprezzo molto Maggie Gyllenhall come regista- sua fan da La figlia oscura, in cui per la prima volta ho visto anche Jessie Buckley che ora colleziona premi su premi e probabilmente vincerà un Oscar per Hamnet.
Curiosissima di questa rilettura della rilettura. Ne riparleremo. Intanto vi ricordo l’appuntamento per chi è a Milano o vuole venirci il 14 Marzo alle 10 al Cinema Colosseo in cui vedremo il film. Per info e biglietti qui.
Buone letture. E a presto,
Marta










